Una fede incondizionata in un significato incondizionato della vita

15° anniversario della morte di Viktor E. Frankl

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, domenica, 2 settembre 2012 (ZENIT.org).– La ricorrenza, il 2 settembre, del 15° anniversario della morte del grande psichiatra austriaco Viktor E. Frankl, padre della logoterapia, non può passare inosservata. In molte parti del mondo, in questo stesso giorno, i suoi allievi, eredi di un messaggio di speranza nell’uomo e di metodo originale per la cura dei disturbi della psiche, si ritrovano per rendere omaggio a chi, attraverso il rigore scientifico, l’attenzione costante alle dinamiche spirituali della vita, la lettura attenta degli obiettivi che rendono l’esistere quotidiano ricco e denso di senso, li ha aiutati ad alzare lo sguardo verso l’alto, sollevandoli dai ristretti orizzonti di una psicologia riduttiva.

Personalmente ho avuto la gioia di conoscere Frankl fin dal lontano 1969. Giovane studente universitario, intrapresi con timore e tremore la via di Vienna per incontrare il “maestro”, di cui stavo leggendo da oltre un anno le opere per la tesi dottorale, e con sorpresa e un pizzico di orgoglio mi accorsi che giorno per giorno i rapporti si intensificavano al punto da trasformarsi in un vincolo di affetto, oltre che di amicizia. E quando il 20 settembre del 1997, a meno di tre settimane dalla sua scomparsa, trascorsi con la moglie Elly un’intera mattinata nell’enorme settore ebraico del cimitero di Vienna dinanzi alla sua tomba, pregando e rivivendo le tante e indimenticabili esperienze vissute insieme tutti e tre, ebbi la conferma netta ed esplicita che avevo, sì, perso qualcosa di me, ma che nello stesso tempo avevo ricevuto in consegna un’eredità troppo preziosa, da custodire senz’altro, ma da trasmettere a quanti annaspano nel vuoto di un’esistenza banale e invocano, magari inconsapevolmente e solo sussurrando, che qualcuno li aiuti a risalire la china.

E in quelle ore di silenzio, di dialogo e di preghiera mi vennero in mente le lunghe giornate trascorse a casa sua a sistemare le carte dell’archivio, a ordinare e classificare l’immensa bibliografia, a scartabellare tra manoscritti indecifrabili, a toccare con mano il lavoro immenso che aveva compiuto – e che continuò a portare avanti fino a pochi giorni prima della morte – e che testimoniava una notevole capacità di rendere accessibile sia al pubblico colto ed esigente del mondo scientifico sia al lettore medio della stampa periodica e divulgativa concetti di importanza centrale e che avevano rivoluzionato la psichiatria e, in modo particolare, la psicoterapia del tempo.

L’appartenenza al popolo ebreo Frankl non l’ha mai rinnegata fino al momento della morte (è stata troppo importante per lui la fede trasmessagli dai padri e con la quale si è confrontato quotidianamente attraverso la meditazione e la preghiera dei Salmi). Così sembra quasi svanire il fatto di aver trascorso ben tre lunghi anni in quattro campi di concentramento nazisti, dove scomparvero – assieme ad altri milioni di esseri umani – anche la prima moglie Tilly, la madre, il padre, il fratello, per il semplice fatto che nel mondo di ieri e, purtroppo, in quello di oggi continuano ad esserci tanti altri campi di concentramento in cui uomini indifesi, poveri, inermi, innocenti sono deportati e condannati all’isolamento, all’emarginazione, al buio interiore, al disprezzo: sono i lager delle battaglie combattute sia con le armi fisiche sia con quelle del pregiudizio e i cui prigionieri si chiamano barboni, malati di aids, tossicodipendenti, donne sfruttate, bambini violentati, anziani abbandonati, operai sottopagati, terzomondiali maltrattati, carcerati in attesa di un giudizio che mai arriva.

Con estremo piacere, allora, accolsi l’invito rivoltomi di tenere il 19 maggio 1995, in un salone della splendida Casa dei concerti di Vienna – quale rappresentante della logoterapia italiana – la conferenza inaugurale del congresso europeo organizzato per festeggiare il suo novantesimo compleanno e fu l’occasione, parlando della “Solidarietà come ricerca di senso”, per rendergli ancora una volta omaggio per la testimonianza appassionata di impegno e di servizio per l’uomo, per ogni uomo, per la sua libertà, per la sua responsabilità, per la sua radicale apertura al trascendente.

L’armeggiare continuo di Frankl con la parola logos (= senso della vita) ha reso famosa la teoria da lui abbozzata fin dagli anni ’30 ed elaborata sistematicamente a partire dal 1945, la logoterapia appunto, con la quale ha fornito ai tecnici della psiche, ai chirurghi del corpo e agli educatori dello spirito non solo strumenti di comprensione delle vicende umane, ma soprattutto un quadro di valori grazie a cui intervenire con rispetto, con delicatezza e con l’indispensabile tocco di umanità nell’esistenza di persone libere, responsabili, uniche, originali, affidatarie di un compito da scoprire e da realizzare momento per momento, nonostante le peggiori condizioni fisiche, sociali, economiche, politiche in cui si trovano cacciate.

Frankl è purtroppo scomparso dalla scena del mondo ma il suo messaggio resta come provocazione e come compito. Quanti l’hanno conosciuto, quanti hanno letto e leggono le sue opere, quanti impostano il loro itinerario di formazione professionale nell’orizzonte della logoterapia non vivono tranquilli e beati nell’incoscienza e nella banalità. Sanno di essere chiamati, come il loro maestro, ad avere un ampio respiro esistenziale, un ricco afflato umano, una fiducia radicale nelle risorse della libertà, a costruire responsabilmente il futuro senza rinnegare il passato, ma riconsiderandolo nella sua irripetibilità, riscattandolo dalle scorie e dagli errori inevitabili e valorizzandolo come forza propulsiva e progettuale verso il mondo, verso gli altri, verso Dio.

Ed è particolarmente importante il fatto che l’Editrice Mursia pubblica tra qualche giorno in una nuova collana il volume di Frankl “Alla ricerca di un significato della vita” che, tradotto da me nel 1974, ha avuto una notevole diffusione e una continua ristampa sia pure in collane diverse. Si tratta di un volume che, come risulta anche dalla mia massiccia e nuova presentazione (pp. 5-23), ancora una volta manifesta il delicato e coraggioso atteggiamento di Frankl di tendere una mano all’uomo angosciato, aiutandolo a oltrepassare i limiti della quotidianità, del fatalismo, del collettivismo, del fanatismo, ponendosi nella prospettiva del futuro, nella tensione verso valori da realizzare, verso compiti da concretizzare per ritrovare il senso più profondo della propria esistenza terrena.

Leggendo il volume il lettore incontrerà un esempio che mi piace riportare, perché paradigmatico della concezione dell’uomo difesa accoratamente da Frankl. Durante uno dei suoi molteplici viaggi in Australia, egli ricevette in regalo un boomerang. Gli fu spiegato che tale oggetto ritorna verso colui che l’ha lanciato quando ha sbagliato mira, quando non ha colpito la preda. E Frankl, argutamente, commentò: «Proprio come la vita dell’uomo. Egli si chiude in se stesso quando ha fallito, quando ha sbagliato nel compito da realizzare, quando ha dimenticato qualcosa al di fuori di se stesso. In fondo, la maniera migliore per dimenticare le nostre preoccupazioni consiste nel darsi agli altri. La forma più sicura per ottenere la gioia e la pace è quella di fare qualcosa per gli altri. E questo può deciderlo solo il singolo. L’uomo è libero di costruire il proprio futuro. Sta a lui arricchirlo o deformarlo».

Se la psicoanalisi di Freud punta verso il passato dell’uomo, la logoterapia e analisi esistenziale di Frankl si rivolge al futuro, alla speranza di realizzare un compito esistenziale tutto proprio. Non ci si può rassegnare a ciò che è avvenuto nell’infanzia. Bisogna aprirsi agli orizzonti del domani, agli spazi infiniti che attendono di essere attraversati da ognuno di noi. L’uomo non è solo piacere carnale, non è solo soddisfazione sessuale, non è solo ricerca del successo. Egli è molto, molto di più... Egli è anelito all’infinito, all’avvenire, al domani. Ed ecco allora che il messaggio della Logoterapia e Analisi Esistenziale consiste in «una fede incondizionata in un significato incondizionato della vita», quale messaggio di profonda attualità ai nostri giorni.