Una globalizzazione a misura di povero

Due rapporti ne evidenziano in problemi e le possibili soluzioni

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GINEVRA, sabato 27 marzo 2004 (ZENIT.org).- Due nuovi rapporti, redatti da altrettante organizzazioni appartenenti al sistema delle Nazioni Unite, forniscono un contributo al dibattito in corso sulla globalizzazione.



Il primo è stato pubblicato il 24 febbraio scorso dalla Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione. L’organismo, composto da 26 membri tra cui accademici, politici e rappresentanti di diverse organizzazioni, era presieduto da Tarja Halonen, Presidente della Finlandia e da Benjamin William Mkapa, Presidente della Tanzania.

Il rapporto dal titolo “Un’equa globalizzazione: creare opportunità per tutti”, afferma che la globalizzazione deve cambiare per diventare più “giusta e integrativa”. Tra i problemi evidenziati nel rapporto vi sono i gravi squilibri nell’economia globale e il fallimento della globalizzazione rispetto alle aspirazioni di tante persone per “un lavoro decente e un futuro migliore per i loro figli”.

Il rapporto riconosce tuttavia che la globalizzazione “ha aperto la porta a molti benefici… ha favorito l’apertura delle società e delle economie ed ha incoraggiato un più libero scambio di beni, di idee e di conoscenza”.

La Commissione è stata istituita su iniziativa di Juan Somavia, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Nel comunicato stampa relativo al rapporto, Somavia afferma che l’OIL ha costituito la Commissione per la ricerca del bene comune e per avanzare proposte su questioni oggetto di “monologhi paralleli”.

Il rapporto è il prodotto di due anni di consultazioni effettuate in più di 20 Paesi. Tra i punti comuni che sono emersi da questi incontri vi era il senso di preoccupazione per la disoccupazione, per le minacce ad istituzioni tradizionali come la famiglia e la scuola, e per regole ingiuste che favoriscono i potenti. Altre questioni hanno riguardato problemi relativi alle migrazioni e la necessità di una più efficace azione governativa.


Le riforme necessarie

Il rapporto afferma che i problemi “non sono dovuti alla globalizzazione in quanto tale, ma ai difetti nella sua gestione. … I mercati globali sono cresciuti rapidamente, senza una parallela evoluzione delle istituzioni economiche e sociali necessarie al loro funzionamento”.

Per superare tali difetti la Commissione ha proposto una serie di riforme. Nel rapporto si richiede ai governi di ogni nazione un maggior rispetto delle esigenze e degli interessi altrui, nell’ambito delle rispettive politiche interne. Ciò vale in particolar modo per quei Paesi di maggiore influenza a livello globale.

Il rapporto chiede anche una maggiore attenzione ai principi fondamentali di democrazia, equità sociale, diritti umani e stato di diritto. Esso rileva anche la necessità per un quadro istituzionale solido, nell’ambito di ciascun Paese, al fine di favorire maggiori opportunità di lavoro e d’impresa in un’economia di mercato funzionale.

Per consentire un più diffuso godimento dei benefici della globalizzazione, il rapporto ritiene che la grande economia sommersa debba essere ricondotta all’interno di un’economia legale, mediante politiche atte a tutelare sia i diritti di proprietà che dei lavoratori.

Una serie di riforme vengono proposte nei confronti dei sistemi globali che governano il commercio e la finanza. Il rapporto suggerisce una riduzione delle barriere alla circolazione dei beni provenienti dai Paesi in via di sviluppo, specialmente per quei settori in cui questi ultimi godono di vantaggi relativi, come il settore tessile e agricolo.

La Commissione ha inoltre rilevato che i flussi finanziari transnazionali sono cresciuti notevolmente, a fronte di un sistema rimasto sostanzialmente instabile. Ed ha chiesto che l’impegno volto ad alleviare il peso del debito estero venga intensificato, e che i Paesi più ricchi aumentino i loro aiuti internazionali.

Per quanto riguarda il coordinamento nell’ambito di tali contesti globali, il rapporto esprime fiducia nel sistema multilaterale che opera attraverso il sistema di istituzioni appartenente alle Nazioni Unite. Ma richiede ad istituzioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio una “maggiore democraticità e responsabilità nei confronti delle persone”, e di riservare maggior considerazione agli interessi dei Paesi in via di sviluppo.


Liberare l’imprenditorialità

Un secondo rapporto sulla globalizzazione ha messo in rilievo l’importanza del settore privato nella correzione degli squilibri economici. Il rapporto dal titolo "Unleashing Entrepreneurship: Making Business Work for the Poor" (“Liberare l’imprenditorialità: una globalizzazione a misura dei poveri”) è stato presentato al Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan, il 1° marzo scorso dalla Commissione sul settore privato e lo sviluppo.

La Commissione presieduta dal Premier canadese Paul Martin e dall’ex Presidente messicano Ernesto Zedillo, è stata convocata dal Segretario Generale nove mesi fa, per esaminare gli ostacoli allo sviluppo dei settori più poveri dei Paesi in via di sviluppo. La Commissione è composta di 15 membri, provenienti dal settore privato, dell’economia dello sviluppo e dall’ambito governativo.

Il rapporto si inserisce nell’ambito della strategia volta al raggiungimento degli Obbiettivi di sviluppo del millennio per il 2015, che sono stati adottati durante un incontro tra capi di Stato e di Governo presso la sede delle Nazioni Unite a New York nel settembre del 2000.

Spiegando il motivo per cui la Commissione ha ritenuto di dover dare priorità al ruolo dell’impresa privata, il rapporto evidenzia che gli investimenti privati interni hanno raggiunto negli anni ’90 in media tra il 10 e il 12% del prodotto interno lordo, rispetto al 7% degli investimenti pubblici interni, e tra il 2 e il 5% degli investimenti stranieri diretti. Inoltre, considerate anche le risorse dell’economia sommersa, come il valore potenziale derivante dalla terra, le disponibilità interne che possono essere raggiunte sono di gran lunga le più alte.

Il Primo Ministro Martin, interventendo in una conferenza stampa di presentazione del rapporto, insieme ad Annan e Zdedillo, ha affermato: “Per troppo tempo gli esperti sullo sviluppo hanno trascurato o minimizzato il ruolo dell’imprenditorialità nell’ottenere crescita economica, nel fornire occupazione, e nell’aumentare la produttività. Nello sforzo di risollevare le persone dalle loro persistenti condizioni di povertà, i governi devono concentrarsi sulle condizioni capaci di far prosperare l’imprenditoria locale”.

Le azioni necessarie

L’urgenza dell’azione risulta evidente sulla base dei dati riportati nel rapporto, dai quali risulta che 4 miliardi di persone nel mondo guadagnano meno di 1,500 dollari l’anno. Il settore privato può alleviare questa povertà, continua il rapporto, “contribuendo alla crescita dell’economia e del potere d’acquisto dei poveri, fornendo una più ampia scelta tra beni e servizi a costi più ridotti”. Questo porterà non solo ad un aumento dell’occupazione e dei redditi, ma anche ad un miglioramento della qualità della vita.

Una proposta di riforma avanzata in questo rapporto, e comune anche al rapporto elaborato in ambito OIL, riguarda la necessità di far emergere il l’economia sommersa. Per ottenere questo risultato occorre affrontare una serie di ostacoli. Il rapporto "Unleashing Entrepreneurship" osserva che gli operatori economici sono spesso eccessivamente gravati dalle tasse, e che le regolamentazioni e le regole burocratiche sono spesso molto complesse e costose.

Altre riforme raccomandate dal rapporto:

- L’imprenditoria privata richiede adeguate condizioni di accesso ai finanziamenti, competenza e qualificazione professionale, e pari opportunità rispetto alle altre imprese che competono nel mercato interno.

- È necessaria una semplificazione della normativa relativa all’ingresso, alla permanenza e all’uscita dal mercato, delle imprese private.

- I governi dei Paesi in via di sviluppo dovrebbero assicurare ambienti idonei a favorire la gestione delle imprese e degli investimenti, nei quali le imprese private (interne, straniere, legate all’ambiente politico, o altre) possano prosperare. Ciò implica un contesto sociale stabile, una regolamentazione della concorrenza, efficaci controlli e una sana politica economica.

- Occorre che i governi assicurino un buon funzionamento del sistema giudiziario, per la tutela dei diritti di proprietà e per la soluzione delle controversie contrattuali.

- Occorre facilitare il movimento dei capitali privati, tenendo conto che la liberalizzazione dei flussi finanziari di capitale richiede grande prudenza.

- Il settore privato, da parte sua, necessita di porre maggiore attenzione sulla gestione dei gruppi d’impresa e sulla trasparenza.

Il rapporto non manca di prendere in considerazione la responsabilità delle nazioni più ricche nell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo, richiedendo un maggiore contributo nella cooperazione allo sviluppo e una riforma del sistema globale del commercio, capace di assicurare eque opportunità economiche per i produttori dei Paesi in via di sviluppo. Il documento fa anche riferimento all’esigenza di un migliore coordinamento tra le istituzioni multilaterali e bilaterali competenti per lo sviluppo.

Il rapporto osserva, tuttavia, che “la responsabilità principale per l’aumento dei livelli di crescita, nell’ambito di uno sviluppo equo, risiede negli stessi Paesi in via di sviluppo”. Far fronte a questa responsabilità rappresenta un compito urgente, a beneficio di miliardi di poveri.