Una laurea per fermare la tortura

Presentata a Roma un'iniziativa dell'Azione dei cristiani contro la Tortura (ACAT)

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di Chiara Santomiero


ROMA, domenica, 28 giugno 2009 (ZENIT.org).- “Una laurea non ferma la tortura ma rompe l'indifferenza contro di essa che, tragicamente, è assai più diffusa di quanto non pensiamo”. Lo ha affermato il teologo Paolo Ricca, docente emerito della Facoltà valdese di Teologia, nel suo intervento alla tavola rotonda per il lancio del progetto “Una laurea contro la tortura” svoltasi il 26 giugno nella “Sala della pace” della Provincia di Roma.

L’iniziativa, in concomitanza della Giornata internazionale per le vittime della tortura, è stata promossa da Acat Italia (Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura) con il supporto del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace, della Facoltà valdese di Teologia, dell’Associazione Medici contro la tortura e della Federazione internazionale delle Acat (Fiacat).

Finanziato nell’ambito delle risorse Otto per mille della Chiesa valdese, il premio di 3500 euro verrà assegnato alla migliore tesi di laurea discussa nell’anno accademico 2008-2009 sul tema “La tortura e i trattamenti crudeli, inumani o degradanti contro le persone nel mondo contemporaneo: cause, implicazioni, strategie e strumenti per la loro prevenzione e abolizione e per la riabilitazione delle vittime” (ulteriori informazioni sul sito: www.acatitalia.it).

“Dopo l’11 settembre del 2001 – ha affermato Sylvie Bukhari-de Pontual, presidente di Fiacat – continuiamo a sollecitare i governi per modificare le leggi in materia di trattamenti disumani, ma soprattutto siamo impegnati a combattere un sentimento di legittimazione della tortura che va allargandosi nella società”.

Questa tolleranza diffusa si manifesta a partire “dal linguaggio usato, per cui non si parla più di tortura ma di ‘pressioni fisiche’”.

E’ cambiato anche il modo con il quale si guarda alle vittime: “Negli anni ’70 – ha affermato Bukhari-de Pontual – i rifugiati erano circondati da un’aurea eroica per essersi battuti a favore della libertà di espressione contro i regimi del sud America o al di là della cortina di ferro; oggi, che sono giovani, bambini, donne, migranti, talvolta irregolari, quasi non le consideriamo persone a pieno titolo”.

“E’ molto pericoloso – ha proseguito la presidente Fiacat – dare legittimazione alla tortura, anche solo contemplare la possibilità di applicarne delle forme minori. Tutto ciò incide come un tumore nella nostra società”.

Nelle legislazioni occidentali abbiamo oggi “leggi che contraddicono i trattati internazionali. Per questo è fondamentale partire da un’opera di educazione alla cultura dei diritti umani e se un premio di laurea rappresenta solo una goccia, tante gocce danno vita ai fiumi che formano l’oceano”.

“Conosco la tortura da quando avevo 16 anni – ha affermato la scrittrice iraniana Masomeh Zamyndoost - :ai tempi dello scià, fui tirata per le gambe e le braccia e costretta a rimanere ferma per due anni. Anni dopo, giunta in Italia, alcuni giovani mi hanno bruciato il velo mentre dormivo su un autobus. E anche questa è stata una tortura. La tortura esiste da sempre e ovunque. Penso ai giovani iraniani che stanno pagando il loro prezzo alla libertà. E' la stessa realtà, ieri come oggi”.

“E’ una enorme fortuna – ha sottolineato Arsene Bolouvi, già presidente dell'Acat del Togo – poter parlare così liberamente di questi argomenti in una riunione tra tante persone. Nel mio Paese, negli anni ’90, questo non era possibile: la mancanza di libertà di espressione andava insieme ad arresti arbitrari ed esecuzioni sommarie. La tortura si nutre del silenzio. Per aver difeso i diritti umani, sono dovuto scappare in Francia: un giorno sono uscito di casa senza sapere che non l’avrei più rivista”.

“La tortura viene applicata nella metà dei paesi del mondo – ha affermato Maria Elisa Tittoni, di Acat Italia - e nel nostro Paese non esiste una norma che la condanni in senso assoluto. Questi dati devono interrogare le coscienze di tutti e, in primo luogo, dei cristiani e delle chiese”.

Per questo motivo Acat, organizzazione ecumenica nata in Francia trentacinque anni fa e che da allora promuove programmi nazionali e internazionali contro la tortura, invita le chiese e i cristiani ad unirsi nella notte tra il 27 e il 28 giugno ad unirsi in una veglia di preghiera per le vittime della tortura in tutto il mondo.