Una panoramica della stampa cattolica nel mondo

Intervista a Angelo Paoluzi, autore del libro "Voci di carta - Dall'universo della stampa cattolica", edito dalla Libreria Editrice Vaticana

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di Wlodzimierz Redzioch

ROMA, domenica, 9 dicembre 2012 (ZENIT.org) - Ha 84 anni e continua ad entusiasmarsi nel fare l’inviato. Pensa e svolge inchieste. È un giornalista e scrittore che spiega e insegna, con lo spirito di un giovane praticante.

Stiamo parlando di Angelo Paoluzi, già direttore di Avvenire e dell’Osservatore della Domenica,  vicepresidente dell’UCSI (Unione cattolica Stampa Cattolica), docente e coordinatore della Scuola di giornalismo alla Lumsa di Roma.

Autore di diversi libri, Paoluzi ha appena pubblicato per la Libreria Editrice Vaticana (LEV) Voci di carta - Dall’universo della stampa cattolica, sessanta interviste e circa 1000 giornali cattolici censiti nel mondo.

Il libro è il  frutto di Sfogliando una serie radiofonica della Radio Vaticana nella rubrica Orizzonti cristiani.

Per saperne di più ZENIT lo ha intervistato.

Potrebbe spiegarci come è composto il suo libro?

Paoluzi: Voci di carta raccoglie le interviste di giornalisti che conoscono le singole situazioni nazionali e le accompagna quasisempre con un elenco il più possibile completo delle testate di ogni Paese o di ogni gruppo linguistico. In altri casi si ècercato di compilare altre liste di pubblicazioni ricavandole da una ricerca paziente (forse con qualche errore) condottasu varie fonti. Si affrontano anche settori specifici (per es. la stampa missionaria, quella giovanile o dei giornali all’esteroper gli italiani), si documenta l’interessante fenomeno dell’esistenza della stessa testata in diverse lingue, si sottolinea ilproblema del raccordo fra i vari media, sempre più essenziale per una strategia della comunicazione (esemplare il casodell’Africa) che conduca anche a risultati di natura pastorale, specialmente in un momento come l’attuale in cui è statoindetto l’Anno della fede e si vuole attuare il progetto della nuova evangelizzazione.

Il suo libro è il primo tentativo di “elencare” i media cattolici nel mondo. Quanti media è riuscito a schedare e cosa rimane ancora da fare?

Paoluzi: Il primo elenco contiene un migliaio di testate sulle cinque-seimila che si ritiene (ma siamo sul piano dell’ipotesi) compongano l’arcipelago di quelle cattoliche. Molto resta da fare e mi auguro che questo mio modesto tentativo sia seguito da altre iniziative, anche ufficiali e perciò più autorevoli, che inducano le conferenze episcopali a mettere in moto ricerche e indagini, da convogliare poi al Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, che – devo riconoscere – mi ha offerto sostegno, incoraggiamento e aiuto.

Qual è lo stato dei media cattolici nel mondo che appare dalla sua analisi?

Paoluzi: A mio parere è positivo, culturalmente essenziale, anche se un po’ caotico. Lo favorisce il fatto che è cresciuta una nuova generazione di giornalisti cattolici che non hanno alcunché da invidiare ai loro colleghi laici, e anzi in molti casi sono forniti di una preparazione culturale più completa (per esempio sulle tematiche religiose) da affiancare a quella professionale raggiunta con lo studio e l’esercizio del mestiere. Non è stata una sorpresa il ruolo brillante svolto nell’inchiesta dalle colleghe giornaliste, che smentisce oltre tutto la pretesa misoginia della Chiesa. Per altro verso, ci sono certamente difficoltà di carattere economico: la Chiesa – e ciò vale in particolare per le chiese locali, non di rado povere – non ha il sostegno che possono avere altri tipi di pubblicazioni laiche, espressioni di precisi interessi finanziari, anche a livello internazionale, e da essi spesso condizionate. Per questa ragione andrebbe svolta una riflessione globale, che coinvolga la solidarietà “cattolica”, per intervenire là dove sia necessario, per aiutare le realtà più deboli, allargare l’area della collaborazione. Perché non attraverso un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi dedicata alla comunicazione? Quale migliore occasione dei cinquant’anni, nel 2013, dalla promulgazione del decreto conciliare Inter Mirifica?

Lei ha recentemente presentato il suo libro Voci di carta nella sede della Radio Vaticana e alla presenza del Direttore, padre Federico Lombardi. Qual è stato il ruolo della Radio del Papa nella preparazione del suo libro?

Paoluzi:  La Radio Vaticana ha svolto un ruolo molto importante, per la risposta professionale da parte dei giornalisti – molti di loro sono protagonisti delle interviste incluse nel volume – insieme con quella della struttura. Voglio ricordare in particolare la collaborazione di Monia Parente, la giornalista di Orizzonti Cristiani che ha dato un insostituibile contributo all’inchiesta.

Quante persone ha coinvolto nel suo lavoro d’inchiesta sui media cattolici?

Paoluzi: Il numero esatto è di quarantasette intervistati, da almeno quaranta Paesi di quattro continenti (mi manca ancora l’Australia, ma è in programma). Non mi fermo qui, perché l’inchiesta “Sfogliando” continua ancora, alla ricerca di informazioni sempre nuove – le pubblicazioni dei movimenti, quelle delle congregazioni religiose, il ruolo svolto dalle università nella formazione dei professionisti della comunicazione – per completare il quadro della stampa cattolica nel mondo. Devo aggiungere che c’è poi tutto il lavoro editoriale che è stato reso possibile dalla Libreria Editrice Vaticana e dal suo direttore, don Giuseppe Costa, insieme con il suo braccio destro, don Giuseppe Merla.

Gli anni del suo lavoro sui media cattolici corrispondono agli anni di una vera e propria rivoluzione digitale. Qualche rivista cattolica ha chiuso, altre escono soltanto in versione digitale, sono apparse nella rete le nuove realtà mediatiche cattoliche che sono vere e proprie agenzie multimediali di notizie. Questo trend vuol dire che la sorte della carta stampata è segnata?

Paoluzi:La rivoluzione digitale è una realtà, fra l’altro in continua evoluzione, e non siamo neppure in grado di prevederedove andrà a finire. È anche realtà una certa disaffezione, specialmente da parte dei giovani, per la stampa scritta. Cheperò si accompagna con una fioritura di giornaletti, bollettini, pamphlet che nascono e muoiono, sì, ma parlano anchedella voglia di esprimersi in modo concreto, visibile, tattile. I sensi dell’informazione sono tre: la vista, con la televisione, ilcinema, le varie forme di cellulari più o meno sofisticati; l’udito, che viene ampiamente soddisfatto dalla radio – ancorail mezzo più rapido e facile di informazione e formazione –; e il tatto, che ha bisogno della presenza frusciante del fogliodi carta, dello stampato da leggere, da prendere e lasciare, sul quale ritornare e magari da conservare. Ognuno di questistrumenti ha una propria funzione, nessuno esclude l’altro, anzi la reciproca integrazione concorre alla ricchezza culturaledi una società. Credo al ruolo di sedimentazione intellettuale della parola scritta e del suo uso come parola stampata. Dovrà sicuramente essere adattato alle situazioni che cambiano, ma scommetto che non scomparirà. Nulla potràsostituire il foglietto parrocchiale o il quaderno di caccia degli scout. Mi basta ricordare che alcune università americaneavevano eliminato i libri dalle loro biblioteche per sostituirli con altrettante schermate: sono dovute tornare sulle lorodecisioni, e restituire la dignità che avevano in precedenza ai solidi volumi, anch’essi “voci di carta”.