"Una situazione triste in uno dei Paesi più scristianizzati d'Europa"

Alla vigilia della IV Marcia per la Vita, Agate Radziszewski, dei Giuristi per la vita del Belgio, parla della "deriva antropologica" del suo Paese

Roma, (Zenit.org) Giuseppe Rusconi | 344 hits

Solo la costruzione di una cultura dell'amore riuscirebbe a restaurare la civiltà dell'amore in un Paese, il Belgio, dilaniato dalla secolarizzazione e da una deriva antropologica. Questa la diagnosi di Agate Radziszewski, dei Giuristi per la vita del Belgio, associazione che domani parteciperà alla Marcia per la Vita di Roma.

***

Signora Radziszewski, quali ragioni hanno portato la vostra associazione a partecipare all’incontro internazionale di Roma?

L’Associazione belga dei giuristi per la vita (Jurivie) ci teneva ad essere presente per lanciare un segnale d’allarme riguardo ai pronunciamenti di un parlamento democraticamente eletto (quasi due terzi dei voti) su questioni come l’eutanasia dei minori, la sperimentazione su embrioni e feti legalizzata da molti anni, l’adozione per le coppie omosessuali, disegni di legge che attentano ampiamente all’obiezione di coscienza sollevata da medici che non vorrebbero praticare l’eutanasia… In un mondo globalizzato che per certi aspetti non è più di un villaggio, è importante che l’insieme dei Paesi del mondo prenda coscienza che il Belgio – meglio: chi lo guida – tenta di diffondere internazionalmente le sue leggi, prendendo pretesto dal fatto che sono state votate democraticamente. Si deve capire che ciò che ha votato il Parlamento belga oltrepassa di gran lunga i circa 10 milioni di belgi toccati direttamente da tali leggi.

Che cosa si attende dall’incontro di Roma?

Riponiamo grandi speranze in questo incontro. Tale tipo di riunioni, che originano condivisione, sono sempre fruttuosi e arricchiscono reciprocamente, al di là delle particolarità vissute localmente da ognuno.  Quando scoppiano dei conflitti armati nell’uno o nell’altro Paese, la comunità internazionale tenta, sovente con successo, di applicare la teoria del diritto di ingerenza, per venire in aiuto delle popolazioni colpite, grazie ad appositi ‘corridoi umanitari’. Mutatis mutandis, vista la gravità della situazione in Belgio, sarebbe bene riflettere sul modo migliore per la comunità internazionale di restaurare nel nostro Paese la protezione della vita umana, essendo oggi i cittadini belgi palesemente incapaci di comprendere e reagire di fronte a quel che vivono in questo ambito.

Da anni il Belgio (come del resto l’Olanda) si distingue negativamente per la sua deriva antropologica. Come spiegarla?

Di certo, per quanto attiene ai laici, non vi si ritrova più da decenni nessuna voce pubblica autenticamente cristiana, né nel mondo universitario né tra i massmedia né negli ambienti sindacali.

Quanto alla Chiesa cattolica belga, sembra incapace di far fronte a tale situazione e resta sostanzialmente muta, reagendo il più delle volte con molto ritardo e minimizzando. La nostra associazione pensa che una delle cause del sostanziale silenzio della Chiesa sia legata alla crisi del maggio 1968, le cui conseguenze si fanno sentire ancora oggi, pure al suo interno. C’è qui da notare che, se in Olanda ci sono chiari segni di risveglio, in Belgio non sembrano all’orizzonte rinnovamenti positivi, a parte il sorgere di iniziative ( vedi i Dossards jaunes) promosse da cittadini preoccupati, tuttavia privi dell’eco auspicabile nel mondo massmediatico, anche cattolico.

Ma il Belgio è ancora un Paese cattolico?

Tanti avranno sentito dire che in Belgio la Chiesa cattolica è in caduta libera. Già dall’epoca del cardinale Danneels, primate del Belgio, la situazione non cessa di peggiorare sotto diversi aspetti. Il  Belgio è oggi uno dei Paesi più scristianizzati d’Europa (vedi il numero dei suicidi). Tra gli aspetti degradati particolarmente importanti sono quelli riguardanti la formazione religiosa dei giovani, che condiziona il loro avvenire e quello della Chiesa.

Ad esempio i corsi di religione nelle scuole cattoliche, sempre che le ore siano più di quattro settimanali, possono essere impartiti da ogni insegnanti che abbia seguito un breve corso di formazione. Si deve notare un buon numero di insegnanti è ateo e non ha quasi un minimo di cultura cristiana.

Un altro esempio riguarda i corsi di educazione sessuale nelle scuole cattoliche. Data l’assenza di formatori cattolici, da decenni i direttori delle scuole cattoliche fanno ricorso ai centri di pianificazione familiare. E’ per questo che gli allievi delle scuole cattoliche ricevono in quel campo un’informazione tecnica in materia di pillola, preservativo, aborto, omosessualità, madri in affitto, ecc.. Le ragazze sanno che in ogni momento possono bussare alla porta di un centro di pianificazione familiare per un aborto, senza che i loro genitori ne siano mai informati. Del resto non ci si può attendere che tali centri insegnino l’amore coniugale alla luce del Vangelo.

Constatata la mancanza di iniziative da parte dei vescovi, un coraggioso gruppo di volontari (Croissance) forma i giovani di alcune scuole di Bruxelles. Forse qualche iniziativa del genere c’è anche in altre città!

La deriva antropologica ha toccato ultimamente abissi incredibili: l’eutanasia per i bambini. Peggio ancora se possibile: il bambino gravemente malato può chiedere lui stesso di morire.. Com’è possibile che leggi disumane come questa abbiano trovato l’accordo di una larga maggioranza di umani in veste di politici?

La situazione è molto preoccupante. I pochi partiti che hanno votato contro l’estensione dell’eutanasia l’hanno fatto tessendo l’apologia della legge sull’eutanasia del 2002, e specificando bene che non intendevano rimettere in causa la legalizzazione dell’eutanasia per gli adulti coscienti. Purtroppo i politici di buona volontà –nonostante quanto detto ce ne sono ancora parecchi – non sono a volte che il riflesso di ciò che pensa l’ élite intellettualedi riferimento, l’élite universitaria fosse pure ufficialmente cattolica.

Le illustro un esempio molto significativo di tale atteggiamento: l’iniziativa popolare europea ‘Uno di noi’ ha riscosso un grande successo (oltre un milione e 700 mila firme) ma è stata attaccata frontalmente dall’Università cattolica di Lovanio.

Questa ci pare grossa…

Senta. Nel marzo 2014 il rettore dell’Università Rik Torfs ha condotto la sua équipe di direzione in visita al Vaticano. Il grande quotidiano belga francofono Le Soir riferiva il 7 marzo due considerazioni del rettore: “Nel passato eravamo convocati a Roma solo in caso di problemi. Oggi ci andiamo di nostra iniziativa, poiché la Chiesa fa parte della nostra tradizione, noi non lo dimentichiamo. Grazie al Papa attuale è questo un buon momento per rinsaldare i legami”. Rileva il quotidiano: “Rik Torfs desidera rinforzare i rapporti tra l’Università di Lovanio e la Santa Sede, ma difende nel contempo la libertà accademica. (..) La visita di tre giorni (…) sarà l’occasione di parlare in particolare dell’eutanasia e delle cellule staminali”.

Lo scorso 7 aprile il diffusissimo quotidiano gratuito Métro diffondeva l’allarme a proposito dell’iniziativa ‘Uno di noi’: “La ricerca minacciata da un’iniziativa popolare… Nella loro lettera aperta i rettori delle università fiamminghe (tra cui Lovanio) mettono in guardia contro le conseguenze di una tale proposta… Domandano poi che nella sua risposta all’iniziativa popolare ‘Uno di noi’ la Commissione europea continui a riconoscere l’importanza della ricerca scientifica che utilizza cellule staminali embrionali umane come un contributo alla salute, al benessere, al progresso e alla coesione sociale in Europa”.

Quando un’università cosiddetta cattolica e prestigiosa come quella di Lovanio prende tali posizioni, senza che la Chiesa belga si scomponga, anzi forse le approva implicitamente (vedi la visita di inizio marzo citata più sopra), c’è da stupirsi che quasi due terzi dei parlamentari belgi votino l’estensione dell’eutanasia ai minori?

Ci si può anche domandare: perché re Filippo del Belgio non ha rifiutato di ratificare la legge? Non avrebbe potuto seguire – come gli era stato chiesto da migliaia di europei – il comportamento di re Baldovino che nel 1990 aveva rifiutato di ratificare la legge sull’aborto?

Non è sorprendente che il re Filippo non abbia rifiutato di firmare la legge sull’estensione dell’eutanasia ai minori. Il re non ha fatto altro che ratificare la procedura seguita dalla legge, rispettando così la Costituzione. Al tempo di re Baldovino, il Belgio era molto più cattolico che ai giorni nostri e il sovrano sapeva probabilmente che la maggioranza del popolo lo seguiva. La testimonianza da lui data nell’attenzione ai più deboli lo rendeva popolarissimo: il re era in comunione con il suo popolo. Ma una volta che l’aborto è stato legalizzato, le barriere sono cadute. Il popolo belga, assopito, non si è più mobilitato in modo consistente contro le numerose leggi mortifere votate una dopo l’altra. C’è anche da dire che il re Filippo, se non avesse firmato, avrebbe reso insicura la sopravvivenza dello Stato belga senza avere né comprensione né adesione da parte del suo popolo.

Il fatto che Bruxelles sia sede dell’Unione europea influenza in qualche modo l’atteggiamento del popolo belga in materia antropologica?

L’opinione pubblica belga ignora tutto dei dibattiti al Parlamento europeo sulle questioni legate al rispetto della vita umana. Tacciono i media belgi dominanti, forse perché non vogliono che si sappia che ci sono anche voci discordanti in materia. In ogni caso il Parlamento belga e quello europeo vivono per i belgi su due binari paralleli, ben separati come quelli dei treni.

Realisticamente vede possibilità di ribaltare l’attuale deriva antropologica?

San Giovanni Paolo II aveva a cuore il trionfo di una nuova cultura della vita. Considerata la profondità dei mali belgi, solo la costruzione di tale nuova cultura riuscirebbe a restaurare la civiltà dell’amore. Idealmente, la Chiesa cattolica belga dovrebbe essere capo-cantiere di tutti costruttori delle nuove cattedrali aperte alla Luce. Ma qui il dibattito va anche oltre le questioni di cui abbiamo parlato.

Fonte: Rossoporpora.org