Una speranza profetica nella storia (Prima parte)

Al XXXII Convegno dei Centri di Aiuto alla Vita il perché di 140.000 bambini salvati

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di Marina Casini

ROMA, domenica, 28 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Nell’Enciclica Evangelium Vitae, Giovanni Paolo II colloca i Centri di aiuto alla vita (CAV) tra i segni anticipatori della vittoria sulla morte. «Promossi da persone o gruppi che con ammirevole dedizione e sacrificio», i CAV «offrono un sostegno morale e materiale a mamme in difficoltà, tentate di ricorrere all'aborto» (EV, 26). «Grazie alla loro opera, non poche madri nubili e coppie in difficoltà ritrovano ragioni e convinzioni e incontrano assistenza e sostegno per superare disagi e paure nell'accogliere una vita nascente o appena venuta alla luce» (EV, 88).

Vorrei, dunque, mostrare le ragioni (o alcune delle ragioni) per le quali si può affermare che i CAV possono considerarsi una speranza profetica nella storia.

Partiamo proprio dalle tre parole chiamate in causa: speranza, profezia, storia.

La speranza è quella virtù che si associa alla fiducia nel bene, nel positivo, anche nella contingenza dei fallimenti e delle delusioni. Essa è perciò il contrario della rassegnazione e del pessimismo. La speranza è l'indispensabile condizione dell'impegno, del lavoro, della solidarietà, in base alla quale – si legge all’inizio della Spe Salvi - «noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».

La profezia è parola di verità che vuole farsi azione, che vuole incidere nel presente e nel futuro, è capacità di vedere oltre l’immediato; si associa alla lungimiranza, alla capacità di guardare avanti, alla novità. La speranza è profetica quando, senza farsi ostacolare dalla paura di un presente buio e avverso, indica la via della promozione, dello sviluppo, dell’autentico progresso. Per questo la speranza profetica è spesso incompresa o scambiata per utopia e sogno. Essa è il contrario dell’arroccamento sul passato, del ripiegamento, della nostalgia per un tempo andato; vede mete buone da raggiungere e per questo opera nel presente affinché la storia vada in quella direzione.

La storia, ecco il terzo riferimento. Se essa non è soltanto un susseguirsi di eventi accostati casualmente l’uno all’altro che ci fa precipitare nel nulla, ma è un evoluzione caratterizzata da un senso buono che trascende l'esistenza del singolo e riguarda qualcosa di comune da costruire nel tempo, allora la speranza profetica non può che indicare la pace e la fraternità come senso della storia.

Cerchiamo ora di capire in che modo i CAV entrano in tutto questo discorso.

La sfida delle origini e l’inizio di una rivoluzione culturale

Un primo elemento di riflessione lo troviamo nel DNA dei CAV. Quando infuriava - nel clima di menzogna che conosciamo - la propaganda abortista, nacque il primo CAV a Firenze e poi ne seguirono tanti altri. La nascita dei CAV è caratterizzata da una peculiarità che li rende nuovi e diversi da ogni altra forma di assistenza e volontariato, compresi quelli riguardanti la protezione della vita nascente, della maternità e dell’infanzia che fino ad allora erano presenti nella comunità cristiana e civile. I CAV, infatti, non nascono soltanto per dare una risposta immediata ai bisogni e alle necessità di una mamma in attesa, ma vogliono essere «sfida a una mentalità di morte». Per questo si collocano – come ha scritto Giovanni Paolo II nell’ “Evangelium Vitae” (n. 26) - tra i «segni anticipatori della vittoria definitiva sulla morte».

Non va trascurato il fatto fondamentale che la nascita dei CAV è contestuale all’inedita, fino ad allora, legalizzazione dell’aborto, tipica espressione di quella «cultura della morte» che - producendo «vere e proprie strutture di peccato», «una guerra dei potenti contro i deboli», una «congiura contro la vita» - aggredisce in primo luogo i bambini non ancora nati. L’aspetto più allarmante di questa cultura è la perdita progressiva, nella coscienza sociale, del profondo disvalore dell’aborto come «abominevole delitto» e la trasformazione di esso a “diritto”, al punto da pretenderne «un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’interventi gratuito degli operatori sanitari» (EV 11).

La novità dei CAV è proprio questa: rispondendo concretamente alle necessità di una donna che si trova di fronte ad una gravidanza difficile, non desiderata, imprevista, sfidare - altrettanto concretamente - una mentalità che nega la piena umanità del figlio concepito e nega il valore della maternità durante quella fase così unica e speciale che è la gravidanza. Se la novità della provocazione era evidente -  l’aborto proposto come “aiuto” alle donne, come “liberazione” – evidente era anche la necessità di impedire che prevalesse nella società l’assuefazione ad un sentimento di falsa compassione verso la donna e convogliare energie positive sul fronte di una comune e accorata difesa della mamma e del figlio.

Perciò, la risposta dei CAV fu immediata: “Le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”. Questo essere sfida ad una mentalità di morte, spiega, tra l’altro, la ragione della diffusa ostilità verso i CAV nelle società abortiste. E’ un aspetto apparentemente sorprendente, perché il servizio dei CAV non si impegna direttamente contro la legge 194/1978 e perché ogni altra forma di volontariato viene lodata, ma la dice lunga sulla diversità dei presupposti culturali dei CAV rispetto a quella che andava profilandosi come la “cultura dominante”.

Già alle origini vi è dunque un seme di un rinnovamento gettato nella storia della società italiana, (ma non solo italiana, perché le strutture a servizio della vita umana presenti in altri Paesi hanno la stessa matrice): quello di una presenza che testimonia un valore grande e aggregante – quello della vita umana - da riconoscere, difendere e promuovere insieme, non solo nel singolo CAV, ma anche nella società tutta. E’ l’inizio di una rivoluzione culturale.

Metodo, stile, relazione, condivisione, nuovo femminismo

Questo implicaamare concretamente la vita. La «sfida alla mentalità di morte» è lanciata con l’azione di solidarietà concreta, con l’amore verso il prossimo, il figlio e la madre insieme. Perciò, quando la cultura della morte gridava lo slogan “socializzare per prevenire” che non teneva conto né della singola concreta e reale vita del bambino non nato, né di quella della sua mamma che da quell’aborto avrebbe ricevuto una ferita indelebile, dai CAV venne l’esigenza di dare corpo e anima ad un’autentica nuova forma di condivisione e solidarietà: non urlata e retorica, ma proposta e tangibile; non “contro”, ma “per”; non in “antagonismo”, ma in “alleanza”.

Di qui l’impronta della speranza e della lungimiranza anche nel metodo di azione dei CAV. Uno specifico stile di mitezza e discrezione, di rifiuto del giudizio sulle persone, di ottimismo, di disponibilità e di fiducia, di valorizzazione di tutto ciò che è positivo anche nelle situazioni più complicate. «Non siamo appariscenti, ma appassionati», mi diceva qualche giorno fa Bruna Rigoni. Con grande umiltà, nella consapevolezza dei propri limiti, sussurrando più che gridando, i CAV hanno detto e dicono che “è possibile”. E’ possibile dissipare le nebbie della solitudine (spesso ammantata dal falso e pilatesco rispetto del “decidi tu” che vuol dire “arrangiati”) e salvare la vita dei bambini ponendosi “accanto” e non “contro” le madri; è possibile attuare un’autentica condivisione armonizzando carità e verità, condannando l’aborto e contemporaneamente mettendosi in sintonia, ispirando fiducia; è possibile, tenendo idealmente per mano il bambino che vive nel seno della sua mamma, «passare attraverso il cuore e la mente» di lei e veder quel fiorire quel “sì” alla vita, alla vita del piccolo bimbo in viaggio verso la nascita. E’ possibile, perché madre e figlio stanno dalla stessa parte.

Nei CAV, come nelle case di accoglienza e nei servizi ad essi collegati, c’è «l’uomo che risponde all’attesa dell’uomo con la sua profonda consapevolezza, con la sua generosa e gioiosa disponibilità», per questo sono «segni pieni di speranza» (Don Leo Cerabolini, Convegno CAV del 1997). Certo, non è sempre facile e non bastano gli slanci e i buoni sentimenti. “I cuori e le menti” sono spesso tutt’altro che facilmente percorribili, specialmente nei momenti di disagio, smarrimento, preoccupazione, come quando una gravidanza è inattesa. Sovente vi è confusione, i timori sono disseminati ovunque, la complessità del vissuto si erge come una barriera che sembra impenetrabile, si tocca il solco di cicatrici antiche e recenti, ci si scontra con esperienze negative non elaborate positivamente. Non mancano, poi, i grovigli relazionali, coniugali e familiari. Spesso vi è il peso della lontananza dalla famiglia, dello sradicamento rispetto alla propria origine, della scarsa conoscenza della lingua, della difficoltà di adattarsi a tradizioni e modi di vivere diversi.

In non pochi casi, la donna che arriva al CAV ha alle spalle un’esperienza di aborto volontario. Si è reso così necessario l’ingegno per “professionalizzare”, diciamo così, la passione per la vita e offrire una condivisione “di qualità”: accanto a veri e propri itinerari di formazione mirata (iniziale e permanente), è richiesta da parte delle operatrici e degli operatori dei CAV, progettualità, capacità organizzativa e di coordinamento, conoscenza delle altre realtà con cui interagire sul territorio, cercando di formare reti di solidarietà verso la vita nascente. Il sempre validissimo il “Manuale dei Centri di aiuto alla vita” dà atto di tutto questo, illustrando nel dettaglio le finalità, le metodologie, i rapporti con le strutture civili ed ecclesiali. Penso ci sia un dovere degli operatori dei CAV di farne oggetto di uno studio sistematico.

Per questo nei CAV si realizzano storie di amicizia che continuano dopo la nascita del bambino.

[La seconda parte verrà pubblicata lunedì 29 ottobre]