Una strana lettura della Chiesa italiana dopo il Concilio

Alcuni non hanno compreso la riforma nella continuità

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di monsignor Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo-Vescovo di Trieste

TRIESTE, lunedì, 5 marzo 2012 (ZENIT.org).- Ho letto il saggio di don Saverio Xeres dal titolo “La Chiesa italiana nel passaggio culturale degli ultimi decenni”, contenuto in S. Xeres e G. Campanini, Manca il respiro. Un prete e un laico riflettono sulla Chiesa italiana, Ancora, Milano 2011, pp. 11-84. Don Saverio Xeres è professore straordinario di Storia della Chiesa presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e nel Seminario vescovile di Como, inoltre insegna Introduzione alla teologia all’Università Cattolica di Milano. Devo dire che non ho compreso alcuni passaggi fondamentali del suo discorso. Siccome sono ragionamenti che continuamente ricorrono nelle riflessioni sul Concilio e il postconcilio, vorrei segnalare le mie perplessità, per contribuire, nel mio piccolo, a raggiungere qualche chiarimento. E’ infatti preoccupante che, su questi temi, si parlino ormai sistematicamente due linguaggi diversi.

Dirò inizialmente che don Xeres divide la storia della Chiesa dopo il Vaticano II in un “primo postconcilio” (fino al Convegno ecclesiale di Roma su “Evangelizzazione e promozione umana” del 1976), un “secondo postconcilio” (da quella data fino a metà anni Novanta) e un “terzo postconcilio” (da quella data ad oggi). Secondo lui dopo la prima fase c’è stata una “chiara involuzione di tutta la pastorale”, una “inversione di marcia del postconcilio italiano”. Spiegandone i motivi, Xeres afferma appunto le cose che non ho capito.

Il primo concetto esposto da don Xeres che non ho capito è quello di “bidirezionalità”. Il Concilio avrebbe inaugurato questa cosa – la bidirezionalità – nel dialogo tra la Chiesa e il mondo. Secondo Xeres questo significa che nel dialogo la Chiesa dà ed anche riceve, in modo che non esiste nessuna sua superiorità salvifica. Xeres cita i noti paragrafi 40-44 di Gaudim et spes. Che il mondo non sia di per sé fuori dal disegno della salvezza è verissimo, che il disegno di salvezza sia già in atto nel mondo è vero, ma tale disegno non è del mondo, che non ha capacità di autosalvezza (nel mondo ma non del mondo).

La Chiesa, infatti, è nel mondo come strumento di salvezza e per questo non deve essere del mondo. Nella Gaudium et spes si dice che la Chiesa ha “un messaggio di salvezza da proporre a tutti”; che il mondo è “posto sotto la schiavitù del peccato” e che è stato liberato da Cristo perché giunga al suo compimento, che “sotto tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano e che hanno il loro ultimo fondamento in Cristo”, che la fede “irradia tutto di una luce nuova”, giudica i valori che oggi sono in grandissima stima e li riconduce alla loro sorgente perché “hanno bisogno di purificazione”, che il fondamento ultimo della dignità umana è la chiamata alla comunione con Dio, che “il mistero dell’uomo si illumina veramente, solamente nel mistero del Verbo incarnato”.

Se la parola “bidirezionalità” vuol dire che la Chiesa riconosce anche fuori di essa l’azione dello Spirito e i “semi del Verbo” niente di male. Lo diceva già Giustino nel secondo secolo dopo Cristo. Egli aveva chiamato la filosofia greca una “rivelazione naturale”. Se invece vuole dire che la Chiesa non deve fare la “maestra” più di quanto non debba fare anche la “discepola”, mi sembra teologicamente sbilanciato, perché elimina il dovere di annunciare la salvezza che Cristo ci ha meritato e di annunciarla come vera e unica.

Non ho poi capito una seconda cosa circa questa “bidirezionalità”. Don Xeres afferma che la Chiesa italiana vi si è attenuta nel “primo postconcilio”, ossia fino al Convegno del 1976 (ricordo che allora era Presidente della CEI il cardinale Poma e il Convegno era stato organizzato da un Comitato composto da S. E. Mons. Maverna per i vescovi, da padre Bartolomeo Sorge per i religiosi e dal professor Giuseppe Lazzati per i laici). Invece, sostiene don Xeres, al Convegno ecclesiale di Loreto è arrivato Giovanni Paolo II, che avrebbe ripristinato la “unidirezionalità” – concetto che Xeres considera anticonciliare, avendo, secondo lui, il Concilio scelto per la “bidirezionalità”. Il quale Pontefice disse: “La fede è in grado di produrre essa stessa cultura … ne deriva la necessità di una chiara proposta della fede cristiana … e un coerente impegno nei fondamentali valori morali”. Mentre cioè padre Sorge, al Convegno del 1976, avrebbe “tradotto in italiano il Concilio Vaticano II”, Giovanni Paolo II – faccio osservare di sfuggita che si tratta del Papa – avrebbe attuato un “netto cambiamento di prospettiva” rispetto al Concilio e avrebbe provocato la “normalizzazione del postconcilio italiano”. Dicendo cosa? Dicendo tre cose non solo ovvie per la dottrina cristiana, ma anche affermate dal Concilio: che la fede è essa stessa in grado di produrre cultura, che la fede cristiana va chiaramente proposta, che bisogna essere coerenti nella difesa dei fondamentali valori morali.

Tra le molte conseguenze negative di questa “normalizzazione” ci sarebbe anche “il crescente condizionamento delle direttive o degli interventi papali, così da dare la netta impressione che non si sia verificata appieno quella assunzione di responsabilità da parte dei vescovi che l’avvio della Conferenza episcopale aveva significato”. Questa è la terza cosa che non ho capito. Perché gli interventi papali sarebbero un “condizionamento”? E cosa sarebbe questa “assunzione di responsabilità” dei vescovi da viversi, mettendo da parte gli interventi papali? Un tipo evidente di “condizionamento” sarebbe stato per don Xeres il discorso di Benedetto XVI al Convegno Ecclesiale di Verona del 2006. Egli rimprovera al Cardinale Ruini di aver detto che quel discorso del Papa costituiva la “piattaforma fondamentale” per il dopo convegno, con il che si sarebbe vanificato il convegno: “Sembra dunque effettivamente avanzata quella normalizzazione di cui parlava Padre Sorge: dalla mancata corresponsabilità dei laici, si passa ad una sminuita corresponsabilità perfino dei vescovi. Rimane solo la voce del Papa, ripresa a cascata dai vescovi, dai preti, dai laici”. Avere un papa ed avere un papa della statura di Benedetto XVI sarebbe quindi causa di accentramento burocratico.

Anche il “Progetto culturale”, caratterizzante il “terzo postconcilio” (dal 1995 ad oggi), secondo don Xeres, non rispetta la “bidirezionalità”. Infatti, è un “processo teso a far emergere il contenuto culturale dell’evangelizzazione, anche quale apporto qualificato dei cattolici alla vita del Paese”, con lo scopo di “incarnare e declinare nella storia, nelle vicende dell’Italia di oggi, l’interpretazione dell’uomo rivelata in Gesù Cristo”. Dal che mi sembra di capire che la “bidirezionalità” vorrebbe dire la rinuncia a tutto questo. Ma la rinuncia a tutto questo mi sembra proprio impossibile per il cattolicesimo. Mi è anche venuto in mente una frase scritta da Ratzinger in un suo libro: “la fede stessa è cultura. Essa non esiste nuda, come mera religione. La fede è essa stessa cultura. Questo significa pure che essa è un soggetto a sé, una comunità di vita e cultura che chiamiamo popolo di Dio”.

Anche un altro nodo concettuale di don Xeres non ho capito: la “alterità” del mondo rispetto alla Chiesa. Ed è la quarta cosa. Con l’espressione “alterità” egli vuol dire che il mondo non è il “contrario” della Chiesa, ma semplicemente altro da essa, qualcosa con una sua autonomia. Sarebbe proprio l’“alterità” del mondo a legittimare la “bidirezionalità” di cui sopra. Però a me sembra che la parola “mondo” voglia dire, da un lato, l’ambito dell’umano che la Chiesa deve amare e servire annunciando il Vangelo e, dall’altro, il principio dell’iniquità, che contrasta e si oppone all’annuncio del Vangelo. La logica del mondo non è solo “altra” da quella della Chiesa, spesso è anche “contraria” a quella della Chiesa e infatti Gesù ha mandato i suoi come “agnelli tra i lupi”.

Questa visione “ottimistica” e non realistica del mondo la si vede anche nella concezione che don Xeres ha della modernità, e qui c’è la quinta cosa che non capisco. Egli dice che il Vaticano II ha accettato la modernità, mentre la successiva “involuzione” no.

Distinguiamo la modernità da quanto c’è nella modernità. La modernità è indubbiamente anticristiana, nella modernità invece ci sono molte cose buone. La modernità vuol dire che l’uomo non va mai oltre se stesso come diceva Hume, che dell’anima e di Dio non ci può essere conoscenza come affermava Kant, che il nostro agire morale non può avere motivazioni come diceva sempre Kant, che il mondo è un meccanismo che procede per sue leggi indipendentemente da Dio come diceva Cartesio, che l’uomo non può sapere cosa egli sia ma solo come funzioni come diceva il positivismo, che è vero solo quello che posso toccare come affermava sempre il positivismo, che la libertà precede la verità come sosteneva Fichte e così via… La modernità è la superbia della disperazione. Nella modernità, invece, possiamo trovare varie cose positive, che hanno origine o dal lascito cristiano o dal buon senso comune o da quanto resta della legge morale naturale.

Letture del postconcilio – e quindi del Concilio - come questa di don Xeres non convincono e sono anche contrarie a quanto indicato da Benedetto XVI con l’invito a fare una ermeneutica della riforma nella continuità. Don Xeres non solo dice che il Vaticano II è stato un cambiamento radicale rispetto al passato, ma sostiene anche che questo cambiamento in Italia è durato fino a Padre Sorge e al 1976, dopo sono venuti Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e c’è stata l’“involuzione”.

L’ermeneutica della riforma nella continuità non nasce nel dicembre 2005 quando Benedetto XVI la enuncia. Questa ermeneutica è in atto fin da quando il Vaticano II si è concluso nel dicembre 1965 ed è un’ermeneutica guidata dai Sommi Pontefici che, quindi, non possono aver dato luogo a nessuna involuzione ma, appunto, ad una “riforma nella continuità”.