Unità tra le religioni per riportare Dio tra gli uomini

Il direttore dell'Osservatore Romano spiega l'incontro di Assisi

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CITTA DEL VATICANO, martedì, 25 ottobre 2011 (ZENIT.org) - L’incontro interreligioso che si svolgerà ad Assisi il prossimo 27 ottobre non è in contrapposizione con i precedenti. L’ecumenismo che ha lo scopo di trovare l’unità tra le confessioni cristiane è un cammino irreversibile. Assisi è inoltre un incontro con le altre religioni. Ma non è il sincretismo la via che sta percorrendo la Chiesa cattolica.

Lo ha dichiarato oggi il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, in una intervista rilasciata a ZENIT.

Il direttore ha spiegato: “Non credo che ci sia una contrapposizione reale tra il 1986 e il 2011, penso si tratti piuttosto di interpretazioni. Se dalla giornata di preghiera del 1986 si è voluto concludere che tutte le religioni sono uguali, che è indifferente il credo e che la scelta cristiana è uguale alle altre, questo non era certo il senso dell’iniziativa di Giovanni Paolo II”.

Vian ha ricordato che già secondo i pensatori cristiani dei primi secoli “la verità è nel Logos, in Cristo, ed è presente misteriosamente in ogni parte dell’universo: è la teoria detta appunto dei ‘semi del Logos’, derivata dal pensiero stoico”.

Semplificando all’estremo, Vian ha detto: “Frammenti dell’unica verità sono sparsi misteriosamente dappertutto. È questo che permette ai gesuiti nel Seicento, missionari in India, Giappone, Cina come Roberto De Nobili, Alessandro Valignano e Matteo Ricci, di ritrovare particelle di verità anche in queste antichissime tradizioni religiose che non hanno mai conosciuto Cristo. E su questa stessa base un teologo come Karl Rahner ha parlato, nel Novecento, di cristiani anonimi”.

Tornando ad Assisi, il direttore del giornale della Santa Sede ha ricordato che “fermo restando che le vie di salvezza possono essere molte perché nessuno conosce i disegni di Dio, resta valido l’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica, confermato dal Vaticano II, dal quale è stata poi tratta la dichiarazione ‘Dominus Iesus’ pubblicata nel 2000: un documento che è una raccolta di affermazioni del concilio Vaticano II sull’unicità della salvezza portata da Cristo, l’unico salvatore del mondo”.

Vian è chiaro: “Benedetto XVI lo sta ripetendo di continuo, in coerenza con tutta la tradizione cattolica, ininterrotta e viva”.

Sulla scelta di rispettare nell’incontro interreligioso di Assisi l’identità specifica di ciascuno per evitare il rischio di sincretismo, il direttore dell’Osservatore Romano non ha dubbi: “Credo che sia proprio questa l’intenzione”.

E ritiene appunto sbagliata l’idea di considerare Assisi come un incontro sincretista: “Bisogna conoscere un po’ la formazione culturale, l’insegnamento episcopale e poi papale di Karol Wojtyła, senza dimenticare che sin dalla fine del 1981 il Papa chiamò accanto a sé Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, mantenendolo al suo posto malgrado le reiterate richieste del cardinale di tornare ai suoi studi in Baviera. Ecco, tenendo conto di tutto ciò mi sembra veramente impossibile che ci fosse del sincretismo nelle intenzioni di Giovanni Paolo II quando ha convocato l’incontro di Assisi nel 1986”.

E ha ricordato che “Assisi non è soltanto un appuntamento ecumenico. L’ecumenismo è un cammino irreversibile, come hanno detto Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI: un cammino da cui non si torna indietro e che le confessioni cristiane hanno intrapreso sull’onda di un movimento che nasce alla fine dell’Ottocento per giungere all’unità. Un’unità che sarebbe possibile in tempi relativamente vicini tra la Chiesa cattolica, le antiche Chiese orientali e quelle ortodosse, nella prospettiva di un cammino comune che coinvolge anche anglicani e protestanti”.

Tuttavia, “Assisi non è soltanto un incontro intercristiano, bensì un confronto anche con le altre religioni, senza essere un sincretismo che mescola tutto indistintamente”.

Sul recente motu proprio ‘Porta fidei’, del 17 ottobre scorso, Vian ha spiegato che “l’iniziativa di Benedetto XVI di convocare un anno della fede mostra quello che sta a cuore al Papa: i cristiani oggi si occupano di tante cose ma rischiano di perdere di vista l’essenziale”.

Per il direttore dell’Osservatore Romano questo è centrale. “Nel viaggio che Benedetto XVI di recente ha compiuto nella sua patria lo ha detto con chiarezza. Il Papa sa benissimo che la Chiesa in Germania ha delle strutture straordinarie, sa che aiuta tanti e molte Chiese locali nel mondo, ma ha voluto puntare più in alto”.

Insomma la posta in gioco è seria, come ha scritto il Papa il 10 marzo 2009: la fiamma della fede rischia di spegnersi in Paesi anche di antica tradizione cristiana. Una fede che non è ideologia e neanche una morale. Come Benedetto XVI ha scritto nella ‘Deus caritas est’ e ora ripete nel motu proprio su questo nuovo anno della fede”.