Uno dei precursori della Fecondazione in Vitro sconsiglia questa pratica medica

Intervista al dottor Orazio Piccinni

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BARI, mercoledì, 11 maggio 2005 (ZENIT.org).- Orazio Piccinni, ora medico chirurgo, specialista in ostetricia e ginecologia a Bari, in passato uno dei precursori della Fecondazione in Vitro (FIV), in questa intervista concessa a ZENIT, spiega il percorso e le ragioni che nel 1996 lo hanno portato a smettere di praticare la FIV.



Il dottor Piccinni che, insieme al professor Vincenzo Traina, nel 1989 fondò la FIVET, nella clinica "Santa Maria" di Bari, afferma: “Se si vuole esaudire il desiderio di un figlio, la coppia può considerare l’adozione e/o la procreazione con metodi leciti che aiutano ma non sostituiscono la natura”.

Cosa è accaduto in lei per capire che la FIV non era la strada giusta da seguire?

Piccinni: Pensavo di fare una cosa buona a soddisfare il desiderio di un figlio. In questo, mia moglie da prima e un amico fedele dell’Opus Dei dopo, mi hanno fatto riflettere sulla realtà di questa metodica che offende la dignità della coppia sterile e della vita umana nascente.

Quando lei guarda il suo passato, lo vede come parte di un cammino che doveva percorrere per arrivare dove è adesso?

Piccinni: Io non so proprio se dovevo percorrere questo o un altro cammino. Ognuno di noi ha il suo percorso per poter arrivare alla meta. Nel mio caso dal male è scaturito il bene. Il Signore ha i suoi modi e tempi. E’ stupefacente constatare giorno per giorno la carità che scaturisce dalla presa di coscienza degli errori commessi.

Quale è l'argomento principale per sconsigliare la FIV?

Piccinni: Il sacrificio premeditato di molte vite umane, infatti circa 90 embrioni su 100 prodotti in laboratorio sono immolati per ottenere un figlio a tutti i costi. Il fine è buono ma evidentemente il metodo è sbagliato.

I suoi colleghi hanno capito la sua decisione di allontanarsi da queste pratiche di laboratorio?

Piccinni: Inizialmente, no. Non è mancato e non manca da parte dei colleghi ed amministratori una marcata ostilità e una certa emarginazione. Col tempo molti si sono ricreduti. Hanno capito che, le mie rinunce al guadagno, al prestigio e la mia coerenza di comportamento, erano scaturite da fondate riflessioni.

Cosa consiglierebbe a chi vede nella FIV un metodo legittimo per avere un figlio?

Piccinni: Io consiglio di non ricorrere alla FIV perché non è un metodo legittimo; di documentarsi bene sui rischi e risultati reali; di non fidarsi degli slogan. Le coppie sottoposte a FIV spesso non sono sterili ma meglio definirle ipofertili, infatti il 50% circa di esse rimangono gravide spontaneamente. Bisogna ricordare che il figlio è un dono e non un diritto.

Ottenere un figlio a tutti i costi è diverso dal soddisfare un bisogno di maternità che può essere appagato in tanti modi, nella vita familiare e sociale. Nel laboratorio FIV può succedere e succede di tutto e di più. Raramente troviamo operatori sensibili e rispettosi del patrimonio genetico umano da loro manipolato. Il condizionamento economico e il delirio di onnipotenza impediscono di vedere e riflettere. Se poi si vuole esaudire il desiderio di un figlio, la coppia può considerare l’adozione e/o la procreazione con metodi leciti che aiutano ma non sostituiscono la natura.

Da un po’ di anni, cerca di vivere la strada della santificazione del lavoro predicata da Josemaría Escrivá. Oltre a queste scelte etiche, in cosa è cambiato il suo lavoro da medico da quando ha conosciuto questo messaggio?

Piccinni: Come ho fatto capire fino ad ora, santifico il mio lavoro dando valore assoluto al diritto incondizionato alla vita dal concepimento alla morte naturale. Cerco ogni giorno di migliorare il mio rapporto umano con le pazienti e i colleghi nella speranza di far loro scoprire la luce del Vangelo.