"Uno dei testi più importanti del Concilio Vaticano II"

L'intervento di mons. Minnerath al ciclo "Rileggere il Concilio"

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di Anne Kurian

ROMA, domenica, 6 maggio 2012 (ZENIT.org) – La libertà religiosa ha le sue origini nel cristianesimo, così ha ribadito giovedì 3 maggio l'arcivescovo di Digione (Dijon, Francia), mons. Roland Minnerath, parlando dell'impatto e dell'attualità della dichiarazione del Concilio Vaticano II, “Dignitatis Humanae”, promulgata da Papa Paolo VI il 7 dicembre 1965.

Il presule è intervenuto alla Pontificia Università Lateranense (PUL) nell'ambito del ciclo “Rileggere il Concilio. Storici e teologi a confronto”, organizzato dal Centro Studi e Ricerche sul Concilio Vaticano II dell'ateneo romano in collaborazione con l'Institut français-Centre Saint-Louis di Roma.

Per mons. Minnerath, la Dignitatis Humanae (DH) è “uno dei testi più importanti del Concilio Vaticano II”. In merito alla libertà religiosa, il documento ha avuto “una incidenza diretta” non solo sui rapporti esterni della Chiesa con gli Stati e con le altre religioni, ma in quelli interni: è diventato infatti una “pietra d'inciampo” per coloro come la Fraternità San Pio X, che si sono chiusi su una posizione estrema e lo ritengono contrario alla Tradizione.

Secondo mons. Minnerath, la Chiesa non può non difendere la libertà di religione. Come ha ricordato il presule, “è sul terreno del cristianesimo che l'idea stessa di 'libertà di religione' ha potuto nascere e portare frutti”.

Già all'inizio del III secolo, Tertulliano rivendicava infatti la “libertà di religione” o libertas religionis (cfr. Apologeticum, 24, 6).

E' stato il cristianesimo – ha proseguito Minnerath – che ha trasformato la religione in una scelta personale, facendo un distinguo tra appartenenza religiosa e appartenenza cittadina, culturale o etnica.

Nel XIX secolo, ha osservato l'arcivescovo di Digione, la libertà di coscienza era intesa come “libertà di non credere”, come “una liberazione rispetto al dogma e alla morale cattolica”.

La libertà di culto era percepita “come un livellamento di tutti i culti da parte dello Stato, conducendo ad una separazione radicale Chiesa-Stato”. Era sinonimo di “relativismo religioso” e persino certi credenti comprendono la libertà religiosa come “libertà individuale di credere e di agire a modo proprio all'interno stesso della Chiesa”.

Ma cosa è la vera libertà religiosa?

Per la DH - ha sostenuto mons. Minnerath -, la libertà religiosa è un diritto fondato su “la dignità stessa della persona umana”. Questa dignità – ha detto il presule – è “àncorata nella natura dell'uomo, creata libera e capace di tendere verso la verità”.

A questo punto, mons. Minnerath ha ricordato che la dottrina centrale della DH si iscrive nell'insegnamento sviluppato a partire da Papa Leone XIII, secondo cui la libertà religiosa debba realizzarsi al riparo di ogni costrizione esterna.

“Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano”.

La libertà religiosa è “inseparabile dalla persona, considerata nella sua sostanza inalienabile, e non nelle sue disposizioni psicologiche che cambiano”. Non è un diritto che “permette di decidere qualunque cosa in materia di religione”. L'atto della fede o il credere è infatti “aderire ad un Dio che si rivela, obbedire liberamente alla sua Parola, e non professare una opinione soggettiva”.

Questo diritto – ha continuato l'arcivescovo di Digione – ha implicazioni di carattere comunitario. E lo Stato, essendo “al servizio dell'uomo”, ha l'obbligo di “garantire la libertà dei cittadini nel loro cammino in materia religiosa, garantendo il rispetto dei pari diritti di tutti“ ed evitando due scogli: “non imporre una confessione di fede religiosa e non praticare una ideologia laicista”.

Nella sua affermazione della libertà religiosa, ha detto Minnerath, la DH denuncia “l'assolutizzazione della libertà” che svincola l'uomo “da ogni sudditanza alla legge divina”.

Per la DH – così ha ribadito l'arcivescovo –, c'è comunque “coincidenza” o “accordo” (concordia in latino) con le definizioni delle costituzioni moderne su due punti.

Da un lato, “la libertà dell'atto di fede è considerata come assicurata quando è applicata la libertà civile in materia religiosa”.

Dall'altro lato, “la libertà della Chiesa, per la quale la stessa Chiesa aveva lottato durante i secoli di fronte alle pretese dei poteri temporali, è garantita laddove è assicurata alle persone e alle comunità il diritto comune alla libertà religiosa”, si legge.

Ma “a distanza di cinquant'anni, bisogna constatare che il panorama della libertà religiosa non è quello che sperava il Concilio”, ha osservato il presule.

Infatti, oggi “la libertà religiosa non è più considerata come dimensione ontologica della persona, ma come un diritto derivato dall'ideale del pluralismo democratico”, ha detto verso la fine del suo intervento Minnerath, che avverte in questo caso una concezione “riduttrice” della libertà di religione, perché “conduce alla cancellazione dell'espressione pubblica della religione”.

Ovunque le legislazioni “invadono il terreno della libertà di coscienza e di religione”, imponendo, ad esempio, “delle norme contrarie al rispetto della vita e del matrimonio” e “distruggendo sistematicamente l'antropologia di ispirazione giudeo-cristiana”, ha detto ancora l'arcivescovo francese.

Oggi – osserva Minnerath -, i credenti assistono “impotenti all'avanzata del secolarismo e di religioni che non conoscono la distinzione fondatrice tra quello che 'è di Cesare e quello che è di Dio'” (Cfr. Mt 22,21).

Ma è proprio questa distinzione – ribadisce il presule - che rende possibile “lo sbocciare delle libertà fondamentali di cui godono le società occidentali”. E come “invenzione del cristianesimo”, essa “rende giustizia alla verità divina e alla libertà delle coscienze, allo Stato di diritto e al pluralismo della società, alla libertà individuale delle persone e alla libertà corporativa della Chiesa”.

“Essa è al cuore – ha concluso Minnerath – della dottrina sociale della Chiesa”.

[Traduzione e rielaborazione dal francese a cura di Paul De Maeyer]