Uno strumento per la carità del Papa e della Chiesa non solo in Quaresima

Intervista al segretario generale di Caritas Internationalis, Michel Roy

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di H. Sergio Mora

ROMA, mercoledì, 28 marzo 2012 (ZENIT.org) - La Caritas internationalis riunisce 162 Caritas nazionali che, a loro volta, coordinano le Caritas diocesane che giungono, attraverso parrocchie e istituzioni varie, in modo capillare, fino dove nessun altro ci riesce.

A la base c’è il principio di sussidiarietà, per il quale le istituzioni di grado più alto intervengono soltanto quando quelle locali o di minor dimensioni non sono in grado di operare da sole, come nelle emergenze umanitarie.

Per fare la carità quindi, più che i soldi, serve il desiderio di aiutare, iniziando “orizzontalmente”. Questo sistema unico, che nasce da un mandato preciso del vangelo, rende unico questo strumento della carità del Papa e fa che la voce della Caritas abbia sempre una parola da esprimere, come la voce dei poveri presso gli enti multilaterali o internazionali.

Lo ha detto il segretario generale della Caritas Internazionalis, nell’intervista a Zenit che vi proponiamo di seguito.


Perché ci vuole la Caritas per poter fare carità?
Michel Roy: La carità innanzitutto si svolge localmente in un Paese, per esempio in un quartiere, tra gente povera e meno povera che si aiuta. È un atteggiamento del cristiano che deve essere sensibile alla sofferenza altrui e quindi si organizza. Si può fare carità facendo un’elemosina a un mendicante, anche se no gli cambierà molto la vita.

Quindi, come organizzarsi e a quale livello?
Michel Roy: L’obiettivo di base è interagire come fratelli. Ma molte volte questo richiede organizzarsi, non basta che uno dia qualcosa all’altro, ci vuole qualcosa di metodico, come avviene, per esempio, a livello parrocchiale e poi a livelli più alti. La missione del vescovo è animare la carità, alla comunità cristiana spetta essere caritatevole e capace di amare, come accadeva nelle prime comunità cristiane, come ricordano gli Atti degli Apostoli. E quindi molte volte si delega questa opera alla Caritas e la si incoraggia.

Quindi dal livello più capillare, quello parrocchiale, si passa alla diocesi?
Michel Roy: Tra una diocesi e l’altra ci sono differenze, e qui la Caritas nazionale aiuta le diocesi, come uno strumento della Conferenza episcopale. A sua volta le Caritas nazionali si conformano quella internazionale che è una federazione, con membri indipendenti, che si confederarono 61 anni fa quando c’erano soltanto 27 Caritas in tutto il mondo. La prima è nata a Friburgo verso la fine del secolo XIX.

L’obiettivo è quindi quello di aiutare?
Michel Roy: No, va molto oltre il semplice aiuto. La Caritas è uno strumento della Chiesa e del Papa per svolgere la carità. E un dovere dei cristiani e degli uomini di buona volontà verso i più poveri, per creare una società più giusta e fraterna.

A livello internazionale invece?
Michel Roy: La Caritas internationalis invece è un ente della Santa Sede. In quanto Caritas Internazionale, noi siamo la carità del Papa.  Il nostro superiore ecclesiastico oggi è Benedetto XVI. Come dicastero di riferimento in Curia abbiamo “Cor Unum”, che accompagna il nostro lavoro.

Come vengono scelti i membri della Caritas Internationalis?
Michel Roy. Il presidente viene eletto da un’assemblea generale di 264 membri che si riunisce ogni quattro anni. Il presidente è stato sempre un sacerdote, un vescovo o un cardinale. Può esserlo, tuttavia, anche un laico o una laica. La Santa Sede, da parte sua, ha un diritto di nihil obstat alle candidature. L’assemblea inoltre sceglie il segretario generale e il tesoriere.

Perché è uno strumento della carità del Papa?
Michel Roy: Il Santo Padre ha diversi strumenti, come la Caritas Internationalis, che è una piccola organizzazione, in tutto una trentina di persone. Noi siamo la carità del Papa, mentre le Caritas locali sono la carità delle Conferenze episcopali. Inoltre c’è “Cor Unum”, che ha due strumenti per la carità: la fondazione Populorum Progressio che lavora in America Latina e i Caraibi e la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel. Quando il Papa riceve soldi dei fedeli lo impiega per dare diversi aiuti, tra i quali nelle emergenze maggiori attraverso la Caritas Internationalis.

In concreto come lavorate?
Michel Roy: Abbiamo diversi cardini di lavoro nel nostro piano approvato dall’assemblea generale, il quale cambia secondo la situazione globale. Per esempio bisogna ridurre il rischio delle emergenze internazionali, e coordinare l’aiuto. Lo scorso anno abbiamo dato risposta a 30 emergenze per un ammontare superiore ai 42 milioni di euro, direttamente o indirettamente attraverso le Caritas nazionali. Vogliamo dare una risposta di qualità, ma non si tratta soltanto da dare, bisogna farlo di modo responsabile, creando prospettive. Cerchiamo lo sviluppo umano integrale e il nostro valore aggiunto è quello di facilitare la relazione tra i membri che hanno esperienza con coloro che vogliono dare appoggio. In molti settori abbiamo esperti, come avviene con immigrazione e traffico di esseri umani, donne, minorenni non accompagnati, lavoratori e migranti.

Quindi in diversi settori e con risposte adeguate ai problemi?
Michel Roy: Sì, ad esempio un altro settore è quello climatico e della sicurezza alimentare. Basti pensare al corno di Africa e a quello che accadrà nel Sahel ma anche con la promozione della pace e la riconciliazione. Bisogna portare la voce della Chiesa nelle Nazioni Unite, ad esempio sui conflitti.

E nella sanità?
Michel Roy: Lavoriamo nell’ambito di malattie come l’AIDS, la malaria, la tubercolosi, le pandemie. Nel caso dell’AIDS, in particolare, si svolge un lavoro pastorale.

Come affrontare la lotta alla povertà?
Michel Roy: La lotta alla povertà deve essere fronteggiata in modo globale, iniziando dagli obiettivi del millennio, come istruzione, sanità, eccetera. Il punto, però, è che per noi non è la comunità che ha questo o quel problema. La lotta contro la povertà deve essere orizzontale, e dare orientamento, poiché si tratta di persone e, quindi, la parte spirituale è importante. Per questo nel 2013 faremo una campagna globale contro la povertà, perché le Nazioni Unite trattino il problema degli obiettivi del millennio, i quali non sono stati raggiunti.

Altri obiettivi per questa strategia?
Michel Roy: Sì, tra questi, puntiamo ad allargare la capacità delle Caritas nazionali di dare risposte. Perché la carità locale non ha bisogno necessariamente di fondi: essa è innanzitutto un atteggiamento. Tranne quando ci sono progetti più importanti e non ci sono fondi: allora si chiedono fuori. Nella maggior parte dei progetti di sviluppo umano, i soldi arrivano da altre Caritas, a livello solidale, da parte dei Paesi membri, da Caritas a Caritas.

Per quanto riguarda la spiritualità?
Michel Roy: Come Chiesa dobbiamo fare in modo che ciascuno, nella sua comunità, possa crescere fino al livello che Dio spera per ciascuno di noi. Siamo stati creati a sua immagine e somiglianza e l’ambiente deve dare le condizioni di dignità, di relazioni fraterne: la miseria impedisce queste relazioni. Insieme, ispirati dalla dottrina sociale delle Chiesa, possiamo cambiare questo mondo in uno più giusto.

Mi può parlare della “capillarità” della Caritas?
Michel Roy: Quando parlo con rappresentanti delle Nazioni Unite, a Ginevra o a New York, per loro la capillarità della rete Caritas è molto importante, perché non opera soltanto a livello nazionale, ma arriva anche fino ai più poveri. Ci conoscono, ci apprezzano e sono attenti a quello che vogliamo dire. La nostra voce è quella dei poveri delle Chiese locali.

E i nuovi statuti?
Michel Roy: Siamo in un processo di maggiore integrazione con la Santa Sede in quanto Caritas Internationalis. I nostri nuovi statuti sono stati approvati a novembre dal comitato esecutivo, e ora sono al segretariato. Attendiamo un decreto del Santo Padre, sull’approvazione degli statuti ad experimentum.

Cosa cambia con il nuovo statuto?
Michel Roy: Nel 2004 papa Giovanni Paolo II ha concesso alla Caritas Internationalis, personalità giuridica canonica pubblica, e questo fa di noi un ente della Santa Sede, mentre prima era una personalità giuridica privata. E nella lettera di Giovanni Paolo II chiamata Chirografo, il Papa dice che quando la Caritas parla pubblicamente lo fa a nome della Chiesa. Quindi una responsabilità molto grande che ci integra ancor di più con la Chiesa. La Caritas porta fino alla Santa Sede la realtà dei poveri e da qui abbiamo la missione della Chiesa - dottrinale e pastorale - da rafforzare. Uno scambio importante. I nuovi statuti sono la riaffermazione della missione della Caritas Internationalis e delle Caritas, di diffondere la carità e promuovere la giustizia sociale.