Uno studio analizza dove cercano la felicità i giovani

Ricerca realizzata dal sociologo Javier Elzo

| 1371 hits

BILBAO, mercoledì, 4 ottobre 2006 (ZENIT.org).- “I giovani e la felicità. Dove la cercano? Dove la trovano?”. A queste domande risponde il sociologo Javier Elzo nel suo nuovo libro.



Il professore dell’Università di Deusto afferma che i giovani spagnoli del XXI secolo collegano la felicità “con l’adozione di valori altruisti e con il rifiuto dei comportamenti incivili”.

Nel suo libro “Los jóvenes y la felicidad” (“I giovani e la felicità”), pubblicato recentemente dalle edizioni PPC, si analizza “fino a quanto i giovani sono contenti della propria vita, cosa piace loro di più, se si annoiano o meno, in poche parole se sono felici o no”, ha segnalato l’autore nella presentazione del volume inviata in un comunicato stampa.

Elzo ha realizzato un’importante opera di raccolta di dati di vari studi e inchieste condotti negli ultimi sei anni e ha compiuto un’analisi approfondita del significato di questi dati con il filo conduttore della felicità.

Tra le conclusioni dello studio, l’autore ha sottolineato che “i giovani che pensano solo alle feste, bevono e consumano droghe fino a che il corpo o il portafogli regge sono manifestamente meno contenti della loro vita rispetto ai giovani che sanno unire alla festa (bevendo con moderazione o non bevendo) il lavoro, lo studio, lo sport, o semplicemente la vita quotidiana del giorno dopo”.

In questo senso, ha sottolineato che “si annoiano di meno perché il senso della loro vita va oltre la mera baldoria senza limiti. Ma attenzione, un giovane che non si relaziona con gli amici e vive isolato e chiuso nel suo mondo, anche se non fuma, non beve e non consuma droghe non è un giovane felice, assolutamente”.

“Inoltre – ha aggiunto –, fattori come pensare al futuro e prepararsi ad esso, controllare il denaro nel portafogli, buoni rapporti in casa, buoni amici (non solo compagni) e il fatto di non aver bisogno della chat per rapporti con sconosciuti, così come un’accettazione critica delle istituzioni, si collegano positivamente alla felicità”.

Il libro sostiene che “l’idea socratica della felicità collegata alla virtù e alla giustizia, e la quintessenza del cristianesimo come carità…, alla fine risultano essere, anche parlando a livello empirico, la cosa più certa, ciò che spiega meglio il fatto che alcuni sono più felici di altri”.

Nella presentazione del tema, Javier Elzo ha anche sottolineato che la questione della felicità è stata oggetto di analisi “solo in modo molto parziale e frammentario negli studi sui giovani pubblicati finora in Spagna”.

In seguito alla pubblicazione del Rapporto della Fondazione SM “Jóvenes españoles 2005”, del quale anche Elzo è autore, è sorta l’opportunità di approfondire questo aspetto “in un Corso Estivo del 2005 dell’Università Menéndez Pelayo, a Valencia. Ho presentato alcuni schemi e subito dopo mi sono messo a lavorare a questo libro ‘Los jóvenes y la felicidad. Ho ripercorso con attenzione ciò che è stato pubblicato negli ultimi sei anni e, in modo particolare, ho approfondito con nuove analisi (soprattutto una Tipologia inedita) lo studio ‘Jóvenes españoles 2005’”.

“Nel nuovo libro – ha aggiunto – presento un ‘Indice Soggettivo di Felicità Giovanile’, che mi permetta di dire chi si dice più felice e quali fattori sono quelli che, per la maggior parte, danno felicità. Insisto sul fatto che ho cercato indici soggettivi di felicità perché non sono io, l’autore, che alla fine dirà chi è più o meno felice, ma i giovani stessi”.

Parlando dei ragazzi spagnoli di oggi, Javier Elzo ha sottolineato che questi, “soprattutto i più giovani, hanno più risorse dei giovani di prima, ma in molti casi (anche se per fortuna non si può né si deve generalizzare) manca loro l’essenziale: dei genitori che abbiano del tempo da trascorrere con loro”.

In questo senso, Elzo ha rimarcato che si deve trattare di “un tempo di qualità”, visto che secondo lui “l’accumulazione di norme e proibizioni relative alle abitudini dei giovani” non è una soluzione ai loro conflitti, ma è “l’aiuto all’educazione in seno alla famiglia (non alle scuole o agli assistenti) che deve essere potenziato affinché educare i figli non presupponga una discriminazione lavorativa per i genitori, il che, siamo chiari, vuol dire discriminazione delle madri”.