USA e “gay marriage”: se perdono, per gli ideologi del desiderio la democrazia non vale

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ROMA, domenica, 7 novembre 2004 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.



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“I diritti umani fondamentali non andrebbero mai messi al voto” . Questa ineccepibile affermazione non è il motto di qualche movimento pro-vita, e nemmeno una sottolineatura del numero 71 dell’Evangelium Vitae.

È invece il commento che Matt Foreman, membro della National Gay and Lesbian Task Force, ha rilasciato all’indomani dei referendum che il 2 novembre 2004, in 11 Stati dell’USA, hanno approvato emendamenti costituzionali per sbarrare la via giudiziaria ai “matrimoni”omosessuali (cfr. ZENIT, Servizio Giornaliero, 4 novembre 2004).

È davvero curioso che un movimento come quello del gay pride, l’orgoglio omosessuale, che aderisce invariabilmente alle campagne di diffusione della “cultura della morte”, e che dunque mostra di non tenere in alcuna considerazione il diritto alla vita dei concepiti, il diritto dei figli ad avere un padre ed una madre, il diritto dei bambini ad un’educazione familiare equilibrata, invochi poi i diritti umani fondamentali per giustificare la propria visione distorta dell’uomo, della sessualità e della famiglia, nonché dell’ordine sociale, e per negare legittimità a una volontà popolare espressa con schiaccianti maggioranze quando essa non si rivela manipolabile come ai tempi cui si iniziò a mettere ai voti la verità.

Solo da una visione distorta della realtà, infatti, può discendere la concezione, tipica del mondo omosessuale “militante”, che la propria identità di genere derivi da una “preferenza sessuale”, frutto di atteggiamenti culturali e storici e non di un imprescindibile “modo d’essere” in cui necessariamente si declina l’essere umano in quanto tale.

Tale prospettiva ha caratterizzato fortemente, ad esempio, la IV Conferenza Mondiale sulla Donna dell’ONU (Pechino, 1995; http://www.onuitalia.it/calendar/pechino.html; http://www.onuitalia.it/download/pechino1995.zip). Dietro nominali espressioni di uguaglianza e di parità fra tutti gli esseri umani, con particolare riguardo alle donne e alle bambine, la Piattaforma di azione (Platform for Action) della Conferenza riproponeva desuete forme di ideologia femminista del “gender” e chiari riflessi dell’imperante relativismo culturale.

Parimenti distorto risulta essere l’atteggiamento biologista naturalista che vede nel “comportamento omosessuale” un fenomeno innato e immodificabile, una traccia ineliminabile che porta alcuni (i “diversi”, appunto) a non identificarsi con il proprio sesso genetico e/o morfologico e a ricercare la realizzazione personale nei rapporti contro natura.

Nell’illusione di soddisfare l’universale aspirazione dell’uomo all’amore e alla felicità, queste persone non si accorgono di assecondare unicamente le loro passioni disordinate, condannandosi ad una solitudine assai più profonda rispetto a coloro che combattono la loro eventuale “tendenza omosessuale” (cfr. Joseph Nicolosi, Omosessualità maschile: un nuovo approccio, trad. it., Sugarco, Milano 2002). Eppure, ciò che nel segreto della coscienza risuona come male per se stessi e per il bene comune, viene giustificato e riabilitato servendosi dell’uso tendenzioso dell’espressione “diritti umani” (per giunta “fondamentali”).

D’altra parte, non è una novità che l’espressione diritti umani venga fraintesa, allargandola fino ad abbracciare il campo mutevole e incerto dei desideri, confondendola con una libertà come pura autonomia, come possibilità di “fare qualunque cosa”, come anarchica equivalenza di ogni “scelta individuale”. Al contrario, il Compendio della dottrina sociale della Chiesa chiarisce che “la fonte ultima dei diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umani, nella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell’uomo stesso e in Dio suo Creatore” (n. 153; cfr. C. Navarini, Il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” e la bioetica: il concetto di persona , ZENIT, 31 ottobre 2004).

L’Evangelium Vitae, inoltre, precisa che “urge […] per l’avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l’esistenza di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell’essere umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere” ( n. 71).

L’esistenza di una costitutiva e inalienabile natura umana è provata, oltre che da una seria riflessione antropologica (cfr. Compendio…cit, n. 228), dagli esiti nefasti e auto-distruttivi dei tentativi di negarla. A tale inalienabile natura umana sono associati valori fondamentali, la cui difesa e promozione caratterizza appunto i diritti umani. Tali diritti derivano dunque dalla natura dell’uomo e non dalla convenzione, dall’opportunità o dal libero arbitrio; discendono dalla verità sull’essere umano e non dall’idea del soggetto.

Non esiste un diritto umano ad abdicare dalla verità su noi stessi per sancire la menzogna. Perché tale è il concetto stesso di unione omosessuale. L’unione sessuale, infatti, trae il suo significato proprio dalla complementarietà fisica, psichica e spirituale dell’uomo e della donna, che per il fatto di poter divenire l’uno per l’altra pienamente dono, sono in grado di realizzare quella comunione d’amore che costituisce a sua volta lo spazio adeguato per la nascita di una nuova vita umana, ovvero la famiglia (cfr. C. Navarini, Gay marriage: le nuove minacce alla famiglia , ZENIT, 4 aprile 2004).

Di conseguenza, è del tutto fuorviante l’equiparazione delle unioni omosessuali a famiglia. “Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune, mettendo l’unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 8).

Il risultato americano rappresenta per questo un importante indicatore della comune percezione del bene comune – quantomeno nella società statunitense – , evidenziato dalla netta vittoria dei difensori del matrimonio eterosessuale e monogamico. Perfino nello Stato dell’Oregon, dove la cultura contraria alla vita e alla famiglia trova un terreno particolarmente favorevole, e dove gli attivisti omosessuali credevano di avere gioco facile, l’emendamento che bandisce i matrimoni “gay” è passato con il 57% dei voti.

Una maggioranza “stringata” rispetto al clamoroso 86% del Mississippi - e alle percentuali quasi sempre ben oltre il 70% degli altri Stati - ma comunque altamente significativa in uno Stato la cui politica ufficiale fa delle “libertà individuali” il regno del relativismo più intransigente, e in cui lo scorso anno sono stati “celebrati” illegalmente oltre 2900 matrimoni di coppie omosessuali.

In otto Stati – Arkansas, Georgia, Kentucky, Michigan, North Dakota, Ohio, Oklahoma e Utah – la proposta referendaria non si limitava a negare la qualifica di “matrimonio” alle unioni omosessuali, ma restringeva anche le possibilità di riconoscimento legale a tali unioni; l’Ohio, in particolare, ha votato l’illegittimità di qualunque forma di relazione fra gay che “intenda avvicinarsi al matrimonio”.

Già altri due Stati, Missouri e Louisiana, avevano nel corso di quest’anno approvato analoghe misure restrittive, con un suffragio popolare che aveva superato il 70% (cfr. G. Cantoni, “The Missourians”: un fatto, non una “fiction”, “Cristianità”, n. 324, pp. 3-4). Indubbiamente l’esperienza del Massachusetts - che, quasi un anno fa, attraverso una sentenza giudiziaria aveva introdotto il riconoscimento legale delle coppie omosessuali - ha contribuito a far riflettere, unendo la volontà di molti di esprimere la disapprovazione pubblica di simili interventi normativi e adoperandosi per assicurare un miglior avvenire alle famiglie. Ora la speranza è quella di giungere ad un simile emendamento della Costituzione federale, dal momento che eventuali sentenze della Corte Suprema avrebbero la priorità sulle costituzioni dei singoli Stati.

Può scoraggiare la consapevolezza di vivere in un tempo in cui si rende necessario lottare così strenuamente per ottenere riconoscimenti giuridici minimi delle principali verità naturali; e in cui, per contro, altri lottano ancor più strenuamente per vedere negate quelle stesse verità. E tuttavia l’esempio americano dimostra almeno una cosa: il lavoro serio e fedele dei corpi sociali intermedi, delle realtà associative religiose e culturali, la disponibilità al sostegno economico da parte di una imprenditoria non radical-chic, aiutano a far fruttificare e mobilitare un tessuto sociale di buone disposizioni naturali.

Nel volgere di pochi decenni di simile fermento, gli Stati Uniti d’America si trovano un passo avanti, e mostrano di voler continuare sulla stessa linea, con una popolazione in grado di respingere anche i più violenti, duraturi (e finanziati) assalti mediatici.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]