USA: Il Cardinale Dulles sulla Comunione e i politici pro-abortisti

Il porporato espone le misure che si dovrebbero adottare

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NEW YORK, mercoledì, 30 giugno 2004 (ZENIT.org).- Il Cardinale Avery Dulles incoraggia i vescovi degli Stati Uniti a dialogare con i politici cattolici dissenzienti, ricordando loro le proprie responsabilità morali, prima di consigliarli di non ricevere la Comunione.



Il Cardinale Dulles, docente di Religione e Società presso la Fordham University, cattedra Laurence J. McGinley, ha condiviso con ZENIT le sue riflessioni sulle importanti misure che sarebbero necessarie per difendere la vita umana, proteggere i sacramenti, sostenere gli insegnamenti della Chiesa e rispondere adeguatamente ai politici pro-abortisti.

Quali sono i passi concreti che un vescovo potrebbe o dovrebbe compiere per incoraggiare i politici cattolici a desistere dal sostenere l’aborto, l’eutanasia e la ricerca sulle cellule staminali embrionali?

Cardinale Dulles: Il primo passo probabilmente dovrebbe essere quello di assicurarsi che i politici comprendano la dottrina della Chiesa e le sue argomentazioni. Molti politici, come gran parte dell’opinione pubblica americana, sembra inconsapevole del fatto che l’aborto e l’eutanasia rappresentino delle violazioni gravi all’inalienabile diritto alla vita.

Queste non sono solo questioni “di Chiesa” ma sono realtà governate dalla legge naturale di Dio, che è vincolante su tutti gli esseri umani. Il diritto alla vita è il più fondamentale di tutti i diritti, dato che una persona priva della vita non possiede altro diritto.

La Chiesa non può elaborare leggi civili, ma può ammonire il legislatore sul contenuto delle leggi, le quali devono essere idonee a garantire la giustizia, e tra gli altri i diritti dei nascituri. I vescovi dovrebbero sforzarsi per entrare in dialogo con i politici e con le altre persone della vita pubblica, per ricordare loro le proprie responsabilità morali.

Se, dopo tale dialogo, il vescovo constata che il politico continua ad opporsi in modo incorreggibile all’insegnamento della Chiesa in materia, egli potrà consigliare o imporre al politico di non ricevere la santa Comunione, la quale è per sua natura un segno di solidarietà con la Chiesa.

Altre misure possono anche essere prese in considerazione. Ad esempio, il vescovo potrebbe istruire i parroci e gli istituti cattolici a non invitare tali politici a parlare nei locali della Chiesa, a non conferire loro dei ruoli nella liturgia e a non omaggiarli con riconoscimenti e diplomi onorifici.

Alcuni si sono domandati il perché dell’insistenza sulla questione dell’aborto quando vi sono altre questioni, quali il conflitto in Iraq e la pena di morte, in cui vi sono contrasti tra certuni politici e la posizione della Chiesa. Perché viene messo in evidenza solo l’aborto?

Cardinal Dulles: I tre casi da lei menzionati sono alquanto diversi. La Chiesa riconosce che vi sono occasioni in cui la guerra e la pena di morte si giustificano, anche se tali misure sono comunque non desiderabili e dovrebbero essere mantenute al minimo indispensabile.

L’attuale Santo Padre è stato molto chiaro nel ritenere determinate guerre o esecuzioni capitali, sbagliate e non necessarie. I cattolici rispettano questa valutazione come giudizio prudente di un pastore santo e saggio.

Ma i cattolici che accettano pienamente la dottrina della Chiesa possono a volte non essere d’accordo sulla legittimità morale di una determinata guerra o sentenza di morte.

L’aborto si colloca in una categoria diversa. In quanto uccisione deliberata di una vita umana, un aborto diretto non può mai essere giustificato. Riguardo al principio morale, non vi può essere alcun dibattito nella Chiesa. L’insegnamento è sempre stato chiaro e costante.

La legge civile non dovrebbe autorizzare e tanto meno incoraggiare tali azioni immorali. Essa dovrebbe proteggere la vita e la dignità umana al massimo grado possibile. Ma sul come procedere potrebbero esservi delle divergenze di opinione. Se risulta impossibile approvare una legge che vieti ogni tipo di aborto, o se tale legge risultasse inapplicabile, potrebbe essere più opportuno sostenere una legge che restringa il più possibile le possibilità di ricorrere all’aborto, pur continuando a lavorare per ottenere una giustizia piena.

La politica, dopo tutto, è la sfera del possibile, non dell’ideale. Mantenendo chiari i principi morali, è bene che i vescovi e i politici intrattengano un dialogo sulle questioni strategiche.

Quali sono i rischi che la Chiesa corre nel mettere in atto misure più severe contro i politici?

Cardinal Dulles: Nell’imporre sanzioni, la Chiesa tenta di proteggere i sacramenti dalla profanazione di chi li riceve senza l’adeguata disposizione. I politici dissenzienti spesso desiderano ricevere la Comunione come modo per dimostrare di essere ancora “buoni cattolici”, quando in realtà stanno scegliendo la loro parte politica anziché la fede. Ma l’imposizione di sanzioni implica il rischio di almeno tre conseguenze negative.

Anzitutto, il vescovo può essere accusato, per quanto ingiustamente, di voler forzare la coscienza dei politici.

In secondo luogo, le persone possono facilmente accusare la Chiesa di voler interferire nella vita politica, che in questo Paese si regge sul libero consenso dei governati.

Infine, la Chiesa corre il rischio di allontanare i giudici, i legislatori e gli amministratori pubblici, la cui buona volontà è necessaria per altri programmi, come il sostegno all’educazione cattolica e all’assistenza ai poveri.

Per questi motivi, la Chiesa è riluttante a censurare pubblicamente i politici, anche quando appare chiaro che le loro posizioni sono moralmente inaccettabili.

La responsabilità principale della Chiesa è quella di insegnare e di persuadere. Essa deve convincere i cittadini ad impegnarsi nella vita politica con una coscienza ben formata.

I vescovi sperano che l’elettorato e il Governo perseguano la costruzione di una società in cui ogni vita umana sia protetta dalla legge, dal concepimento alla morte naturale.

Un corollario: portando avanti questa questione la Chiesa rischia anche di pregiudicare il proprio status di esenzione fiscale? Le misure prese dai vescovi potrebbero essere interpretate come di natura politica?

Cardinal Dulles: Gli Stati Uniti sono fieri della loro tradizione di libertà religiosa e pertanto il Paese probabilmente continuerà a riconoscere il diritto della Chiesa di criticare gli aspetti morali della legge civile e delle politiche pubbliche.

La Chiesa cattolica ha generalmente tentato di evitare di sostenere un particolare partito o candidato. Se le Chiese sostengono i principi morali nella vita politica, non significa che siano disposte a rinunciare al loro status di istituzioni religiose o al loro diritto all’esenzione fiscale.

Come riprova, alcune persone interpretano erroneamente la disposizione contenuta nel primo Emendamento della Costituzione americana, che vieta di legiferare relativamente a un “establishment of religion”, come se ciò significasse che la religione fosse stata esclusa dalla vita pubblica. In realtà, questa disposizione era intesa ad assicurare la libertà della Chiesa dall’interferenza dello Stato.

Occorre invece considerare la susseguente disposizione che garantisce la libertà delle Chiese di insegnare e di rendere culto in conformità alle proprie credenze. Nello svolgimento del mandato conferito da Dio, di lavorare in favore della moralità e della giustizia, la Chiesa rende un inestimabile beneficio alla società civile.

I cristiani dovrebbero adoperarsi al meglio per correggere le errate interpretazioni del principio del “non-establishment” e di salvaguardare il diritto delle Chiese ad insegnare e testimoniare ciò che considerano di pertinenza della fede.

Come dovrebbe agire un sacerdote nei confronti di un politico pubblicamente dissidente che si presenta nella fila per ricevere la Comunione?

Cardinal Dulles: In quella situazione, il sacerdote ha delle opzioni limitate. Spesso, per evitare una brutta scena che impedirebbe la continuazione della cerimonia, il prete si sentirebbe obbligato a non rifiutare la Comunione. In assenza di alcuni decreti formali che escludano una persona dai sacramenti, molti sacerdoti sarebbero molto cauti nell’allontanare dei Cattolici dall’altare.

La responsabilità principale rimane a coloro che chiedono la Comunione, come afferma San Paolo nella prima lettera ai Corinzi (11:27-29). Solamente Dio può conoscere con certezza in quel momento l’anima del comunicando.

Alcuni studiosi si domandano come mai la legge canonica preveda scomuniche per quelle donne che hanno avuto un aborto – sotto alcune condizioni – e tuttavia non applichi la stessa sanzione a un politico i cui voti potrebbero servire a finanziare migliaia di aborti. Esiste quindi una scappatoia nella legge canonica?

Cardinal Dulles: Nella teologia morale una distinzione importante viene fatta fra l’ordinare e il compiere un’azione e il cooperare all’azione di un altro. Quando la cooperazione è lieve, la sua influenza sull’effetto può essere molto leggera.

Votare per un disegno di legge per stanziamenti in bilancio che includa alcune disposizioni per il finanziamento degli aborti non costituirebbe un’azione così gravemente peccaminosa da giustificare una scomunica ai sensi del Canone 1398.

Si potrebbe obiettare tuttavia che un voto potrebbe essere lecito qualora il finanziamento per l’aborto fosse solamente incidentale e non potesse essere rimosso da un disegno di legge, altrimenti auspicabile.

Il problema legale circa l’aborto negli Stati Uniti non viene principalmente dai legislatori ma dai giudici, che interpretano la Costituzione dando all’aborto il valore di un diritto civile acquisito praticamente su richiesta. Noi riteniamo che questa interpretazione della Costituzione sia erronea e debba essere corretta.

In che modo i politici e la gente in generale dovrebbero guardare alla sanzione della scomunica? Qual è la ragione che spinge la Chiesa a comminare questa sanzione?

Cardinal Dulles: La scomunica non è una espulsione dalla Chiesa. La persona scomunicata rimane cattolica pur essendogli proibito di accedere ai sacramenti fintanto che la sanzione non viene rimossa da un’autorità competente della Chiesa. Questa sanzione spirituale, la più grave che la Chiesa può infliggere, è, per così dire, una estrema risorsa.

In casi estremi, la Chiesa si trova obbligata a dichiarare che una certa persona non è più in comunione con essa. Il fine di una tale scomunica è quella di salvaguardare i sacramenti dalla profanazione, prevenire che sorga confusione nel fedele circa la validità degli insegnamenti della Chiesa, e assistere la persona scomunicata a riconsiderare le proprie posizioni, a pentirsi e ad essere guarita.