Uscire da sè stessi e portare Cristo al mondo: la prima Udienza generale di Papa Francesco

Nel pieno della Settimana Santa, il Pontefice invita alla missionarietà, esortando a rompere i propri schemi e ad andare verso le "periferie dell'esistenza"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 1092 hits

Il senso della prima Udienza generale del mercoledì di Papa Francesco è racchiuso in una sola parola: “uscire”. Uscire da noi stessi, sempre, da una fede “stanca e abitudinaria”, per andare “verso le periferie dell’esistenza”, dai lontani, dai dimenticati, da chi è nella difficoltà. Perché “c’è tanto bisogno di portare la presenza viva di Gesù misericordioso e ricco di amore” nel mondo. E noi cristiani non dobbiamo stancarci di fare il primo passo, come Cristo ha fatto con noi.

È un invito forte quello del Papa, riportato in parole semplici, come è nel suo stile, ma che proprio per questo scivolano più facilmente nel cuore e nelle orecchie anche di chi è poco abituato all’ascolto. Il Pontefice ha incentrato il suo discorso sul significato della Settimana Santa, annunciando che dopo Pasqua, "raccogliendo il testimone di Benedetto XVI”, riprenderà la riflessione sull’Anno della Fede.

C'è una frase, in particolare, che sintetizza la Catechesi di oggi e tante cose dette e fatte da Papa Francesco in questi 14 giorni di pontificato: “Non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo ‘uscire’, cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana”.

Allora si comprende meglio il suo richiamo ad “una Chiesa povera per i poveri”, la sua continua attenzione per gli ultimi, la sua visita di domani al carcere minorile di Casal di Marmo, i suoi slanci spontanei in mezzo alla gente.

Per il Pontefice, infatti, “seguire, accompagnare Cristo, rimanere con Lui”, esige un continuo ‘uscire’ da sé stessi, da una fede comoda, abbracciando invece la logica del Vangelo, di Dio e, soprattutto, della Croce “che non è prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell’amore e del dono di sé che porta vita”.

È questa la strada che ha percorso Gesù Cristo nel suo cammino terreno verso la Passione, morte e resurrezione. Il Figlio di Dio, dice il Papa, “ha parlato a tutti” senza distinzione tra grandi, umili, ricchi, poveri, deboli, ebrei, pagani, samaritani. Egli “ha portato la misericordia e il perdono di Dio”; “ha guarito, consolato, compreso” e “ha dato speranza”, come fa “un buon padre e una buona madre verso ciascuno dei suoi figli”. Soprattutto, Dio “non ha aspettato che andassimo da Lui, ma è Lui che si è mosso verso di noi, senza calcoli, senza misure”, facendo sempre il primo passo.

Questa strada percorsa da Cristo “è anche la mia, la tua, la nostra strada” secondo il Papa, nonché il centro della Settimana Santa, punto cruciale dell’intero Anno Liturgico, da vivere “seguendo Gesù non solo con la commozione del cuore”, ma muovendoci “noi per primi verso i nostri fratelli e le nostre sorelle” che necessitano di “comprensione, consolazione, aiuto”.

“Gesù – soggiunge poi il Pontefice - ha vissuto le realtà quotidiane della gente più comune”: si è commosso davanti alla folla sperduta; ha pianto per la morte di Lazzaro; ha convertito un pubblicano in un discepolo, è stato anche tradito da un amico.

Attraverso di Lui, “Dio ci ha dato la certezza che è con noi, in mezzo a noi”. Per questo Cristo stesso, come riporta il Vangelo di Matteo (Mt 8,20), disse: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Tali parole, spiega il Papa, rendono chiaro che “Gesù non ha casa perché la sua casa è la gente, siamo noi, la sua missione è aprire a tutti le porte di Dio, essere la presenza di amore di Dio”.

Nella Settimana Santa si vive, dunque, “il vertice di questo disegno di amore che percorre tutta la storia dei rapporti tra Dio e l’umanità”: il Figlio di Dio che “si offre a noi, consegna nelle nostre mani il suo Corpo e il suo Sangue per essere sempre con noi, per abitare in mezzo a noi”.  Una missione che Gesù non compie “in modo passivo o come un destino fatale”, ma affidandosi “con piena fiducia al Padre”, senza lasciare che “il suo profondo turbamento umano di fronte alla morte violenta” prenda il sopravvento.

Ciascuno di noi, allora - afferma Papa Bergoglio - può dire di Cristo: “Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”. Un annuncio di salvezza che non ci può lasciare indifferenti, e che ci spinge ad uscire da noi stessi. Perché il rischio è di cadere nella tentazione “di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio”.

Un po’ come san Pietro, che “non appena Gesù parla di passione, morte e risurrezione, di dono di sé, di amore verso tutti” lo rimprovera, perché - spiega Papa Francesco - “quello che dice Gesù sconvolge i suoi piani, appare inaccettabile, mette in difficoltà le sicurezze che si era costruito, la sua idea di Messia”. L'atteggiamento di Pietro è un "fotogramma" della nostra realtà, secondo il Papa, di tutti noi che “spesso ci accontentiamo di qualche preghiera, di una Messa domenicale distratta e non costante, di qualche gesto di carità, ma non abbiamo questo coraggio di ‘uscire’ per portare Cristo”.

L’invito del Pontefice è, quindi, di approfittare della Settimana Santa, “tempo di grazia che il Signore ci dona per aprire le porte del nostro cuore, della nostra vita, delle nostre parrocchie - che pena tante parrocchie chiuse! - dei movimenti, delle associazioni, ed ‘uscire’ incontro agli altri, farci noi vicini per portare la luce e la gioia della nostra fede”.

Un invito che diventa concreto quando, al termine dell’Udienza, Papa Francesco ritorna, come all’inizio, in mezzo alla folla – non particolarmente numerosa - presente in piazza San Pietro, transitando lentamente a bordo della jeep scoperta, scendendo di tanto in tanto a stringere le mani entusiaste e affettuose dei fedeli.

La prima Udienza generale di Bergoglio si è segnalata, inoltre, per alcune novità rispetto alla prassi del passato. Dopo la catechesi in lingua italiana, il Pontefice ha atteso che un sacerdote la sintetizzasse in un altro idioma per poi ogni volta riprendere la parola e salutare i diversi gruppi linguistici presenti, utilizzando sempre l’italiano.