Vedremo faccia a faccia

"Il rapimento in cielo" di san Paolo di Poussin

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 322 hits

L’artista francesce Nicolas Poussin, nato nel 1594, dopo i primi studi in patria, nel 1624 si trasferì a Roma dove visse e lavorò fino alla morte, avvenuta nel 1665. Nel 1650 circa, dipinse Il rapimento in cielo di san Paolo, opera importante del suo catalogo, oggi  conservata nei Musei del Louvre.

Poussin, grande estimatore dell’arte italiana a tal punto da trasferirsi, come abbiamo visto, a Roma, vera capitale mondiale dell’arte nel Seicento, dimostra di aver appreso i segreti dei grandi maestri. In questa opera riprende l’impianto di un altro dipinto dello stesso soggetto realizzato da Domenichino circa quaranta anni prima, che a sua volta riprendeva un modello raffaellesco.

Poussin organizza un  impianto compositivo che,  riecheggiando i suoi maestri, è capace di dire cose nuove con parole antiche e, seguendo direttamente la narrazione dell’evento descritta dallo stesso san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, realizza un capolavoro d’arte e di bellezza. L’Apostolo Paolo viene rappresentato nell’atto di salire verso il cielo, trasportato dagli angeli verso la luce splendente del Paradiso. Paolo è rappresentato con il corpo abbandonato tra le braccia degli angeli, gli occhi fissi verso la fonte di luce, e l’unico segno della sua volontà attiva è lo stendere le mani verso l’oggetto desiderato.

Paolo è rappresentato mentre sale trasportato dagli angeli e allarga le braccia per abbracciare e per essere abbracciato, segno della forza vivificante della carità, dell’amore di Dio. Poussin mostra di essere in grado di rappresentare l’esperienza mistica di Paolo, attenendosi alle precise indicazione che derivano dal racconto epistolare. « Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo.  E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare» (2 Cor 12, 1-4).

Poussin nel rappresentare il rapimento mistico fa riferimento anche ad un altro passo dello stesso Paolo, nella Lettera ai Colossesi: « Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui» (Col 1, 15-17). Tutta la realtà creata, visibile e invisibile, è posta sotto le lenti dell’arte, e gli angeli che Poussin dipinge esplicitano proprio quella sospensione che lo stesso san Paolo pone in essere nel suo racconto, -“se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio”- e l’unica sapienza che egli afferma di avere, e cioè che tutto quel che è, visibile o invisibile, è da Dio, e gli angeli ne sono testimonianza.

Peraltro in questo dipinto, a differenza di quello di Domenichino, gli angeli hanno tutti le ali, che risultano ben visibili e danno anche una indicazione utile per comprendere altri significati che emergono dalla trama dell’opera. In questo dipinto c’è anche una dimostrazione a latere dell’esperienza mistica di Paolo, e cioè il riferimento al corpo mistico della Chiesa e alla resurrezione dai morti; infatti lo stesso Paolo dice: «Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose» (Col 1, 18).

A Paolo manca l’esperienza che gli altri apostoli hanno vissuto, egli non era tra i dodici che hanno conosciuto Cristo e che lo hanno visto morto e poi gloriosamente risorto, allora Cristo stesso gli concede di conoscerlo personalmente, non solo nello sconvolgente incontro sulla via di Damasco, ma nel rapimento mistico che aggiunge all’esperienza di Paolo tutto quello che hanno gli altri apostoli, e cioè il personale rapporto con il Risorto. Anzi qui l’artista ci dice che quell’esperienza mistica di Paolo si conforma pienamente al crocifisso, giacché le braccia dell’apostolo si aprono non solo per abbracciare l’amato, ma anche la sua croce. E sembra di vedere nel numero delle ali degli angeli, nella loro forma e nella loro composizione, il tipico volo di angeli attorno alla croce nella tradizione iconografica bizantina, qui semplicemente alluso, ad indicare il senso di quell’abbraccio: Paolo si conforma alla croce di Cristo. Colui che aveva perseguitato i cristiani è ora chiamato a vivere misticamente l’unione con Cristo e tramite Lui a vedere il Padre.

Osservando il dipinto, sembra di ascoltare quanto dichiara nella Seconda Lettera ai Corinti «fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare»  (2Cor 12, 4).  Egli ha conosciuto personalmente Cristo, perché lo ha visto nella Gloria del Padre, nell’alto dei cieli circondato dagli angeli festanti. E questa esperienza mistica gli è così presente negli occhi e nell’anima che con parole soavi incoraggia i fratelli della comunità di Corinto a perseverare nella fede e così poter raggiungere, dopo la morte, la perfetta visione dell’amore di Dio.

«La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!» (1 Cor 13, 8-13)

Paolo ci ricorda anche che Dio, nella sua infinita misericordia, mette sempre, accanto a grandi rivelazioni, anche alcune spine per bilanciarne il peso. «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me.  Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12, 7-9).

A conclusione di questa breve analisi del dipinto, comprendiamo che l’arte cristiana è da sempre nella Chiesa lo strumento privilegiato per offrire meditazioni nella contemplazione -attraverso le belle forme dell’arte figurativa - dei fatti narrati nelle Sacre Scritture o tratti dalla vita dei santi. L’arte nelle chiese porta la preghiera, e la preghiera conduce alla santità della comunità ecclesiale che in quella chiesa si raccoglie: l’arte è un bene inestimabile della Chiesa.

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Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio.

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