Veri e falsi profeti

Riflessione sulle letture della IV Domenica del Tempo Ordinario

Roma, (Zenit.org) Padre Piero Gheddo, PIME | 908 hits

Il rapporto di Dio con l’uomo avviene attraverso i profeti, che hanno ricevuto il compito di trasmettere la parola e la volontà di Dio a Israele e poi a tutti gli uomini. La prima lettura è del profeta Geremia, formato e consacrato fin dal seno materno, che nel 650 prima di Cristo aveva predetto l’esilio del popolo in Babilonia, poi è incarcerato e battuto, deve scappare in Egitto e in seguito viene ucciso. Non era creduto. Lo stesso è poi successo a Gesù, il Figlio di Dio e massimo profeta. Il Vangelo riferisce cosa dicevano di Gesù: non è il figlio di Giuseppe, cioè di un falegname? Quello che hai fatto a Cafarnao fallo anche qui e ti crediamo… Anche lui non era creduto. Gesù aggiunge: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria”.

1)  Chi è il profeta? Non colui che predice il futuro come fanno gli indovini, i cartomanti e quelli che leggono le stelle e predicono il futuro con gli oroscopi. Per la Bibbia il profeta è chi parla in nome di Dio, che annunzia la verità che viene da Dio.

Dio ha voluto servirsi degli uomini per trasmettere i suoi messaggi, la sua volontà, non solo nell’Antico Testamento, ma anche nel Nuovo. Gesù si è fatto uomo per farci conoscere il volto di Dio, per trasmettere la volontà di Dio e dopo di lui i Papi, i vescovi e tutti quelli che nella Chiesa parlano in nome di Dio.

Ma solo l’uomo Gesù Cristo era perfetto, tutti gli altri dopo di lui sono imperfetti, deboli, peccatori. Noi preti parliamo dal pulpito, abbiamo l’autorità di parlare in nome di Dio, ma per carità, come uomini non siamo credibili, specialmente quando diciamo cose che vanno contro corrente e richiedono la conversione. Anche i santi riconosciuti dalla Chiesa avevano i loro difetti e a volte non erano creduti. Spesso si crede di più ai falsi profeti, che non a quelli autentici mandati da Dio.

2)  Perché Dio ha voluto servirsi degli uomini e non degli angeli? Il motivo è facile da capire. La fede è un dono di Dio ma è anche libera scelta dell’uomo, perché Dio ci dà tanti motivi per credere e tanti motivi per non credere. Siamo sempre liberi di credere o non credere. Noi dobbiamo credere al Vangelo, al Papa e ai vescovi che parlano in nome di Dio, di Gesù Cristo e con l’assistenza dello Spirito Santo.

Oggi è la ”Giornata della Vita” col titolo “Generare la vita vince la crisi”. L’Italia soffre per le poche nascite, perché non hanno creduto a Paolo VI che profetizzava in nome di Dio.

Nel 1950, Pio XII pubblicò l’enciclica Humani generis che parlava del monogenismo: gli uomini discendono tutti dall’unica prima coppia Adamo ed Eva, e condannava il “poligenismo”, cioè la teoria che gli uomini vengono da molti progenitori: quindi il “peccato originale” non ha senso. Pio XII parlava in nome di Dio, ma non fu creduto. Oggi il peccato originale è considerato da molti una favola, un mito del passato, in molti si è affermata l’idea dell’Illuminismo, che distrugge la base la Redenzione portata da Cristo: l’uomo nasce buono, lo corrompe la società.

Nel 1968 Paolo VI nel 1968 pubblicò l’enciclica Humanae Vitae  “sulla regolazione della natalità e sulla procreazione responsabile”. In sintesi Paolo VI affermava che “qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita” (n. 11) e condannava, oltre all’aborto e alla sterilizzazione, “ogni azione coniugale…che si proponga come mezzo per impedire la procreazione” (n. 14): in pratica ogni metodo o mezzo contraccettivo artificiale. Paolo VI proponeva come soluzione la “procreazione responsabile” e affermava che quell’enciclica “vuole contribuire all’instaurazione di una civiltà veramente umana” (n. 18).

Era un messaggio forte e contro corrente rispetto alla cultura di quel tempo, infatti non venne accettato e fu contestato da un pochi cattolici. Mezzo secolo dopo, tutti quelli che scrivevano della “bomba atomica demografica” e lanciavano lo slogan “Il mondo scoppia per  le troppe nascite”, scrivono che l’Italia deve produrre più bambini, altrimenti va male anche l’economia, il welfare e il benessere.

3)  Anche oggi, in prossimità delle elezioni politiche, la Chiesa si interessa di bioetica. La Cei ha pubblicato un appello per questa “Giornata della vita”, dove si legge: “Il momento che stiamo vivendo pone domande serie sullo stile di vita e sulla gerarchia dei valori che emerge dalla cultura diffusa. Abbiamo bisogno di riconfermare il valore fondamentale della vita”. Avvenire sta iniziando una serie di articoli per rispiegare quali sono i “valori irrinunciabili” che Papa Benedetto XVI e la Cei ripetono ormai da anni e che il credente deve tenerli come criterio primario per la scelta del voto.

L’enciclica Caritas in Veritate (Cv) di Benedetto XVI (2009) congiunge il diritto alla vita allo sviluppo di ogni popolo e dell’umanità (n. 28). La “questione antropologica”, su cui tanto insistono la Santa Sede e la Conferenza episcopale italiana, diventa a pieno titolo “questione sociale” (nn. 28, 44, 75). Nella Cv i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono condannati (sono “valori irrinunciabili” n.d.r.) per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia (il matrimonio è solo tra un uomo e una donna!) e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti. “Nei paesi sviluppati - scrive Benedetto XVI (Cv 28) - le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi. L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo…” L’enciclica spiega che per lo sviluppo dell’economia e della società è indispensabile tenere “sistematicamente conto della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.

L’insistenza del Papa e dei vescovi, dalla Humanae Vitae di Paolo VI (1968) ad oggi, non è compresa nemmeno dai cattolici, una parte dei quali pensano che la difesa della vita e della famiglia passa in secondo piano di fronte alle drammatiche urgenze della fame, della miseria disumana, delle ingiustizie a livello mondiale e nazionale. Non capiscono il valore profetico di quanto dicono il Papa e i vescovi, che vedono nella cultura che rifiuta la vita la rottura sostanziale fra l’uomo e la Legge di Dio, con conseguenze nefaste anche per la soluzione dei problemi sociali.