Verrà. Meditiamo sul "Figlio dell'Uomo nel suo giorno"

Lettera di monsignor Vincenzo Bertolone per l'Avvento 2013

Catanzaro, (Zenit.org) | 252 hits

Riportiamo di seguito il testo integrale della lettera pastorale per l’Avvento 2013 e l’inizio dell’Anno liturgico 2013-2014 di monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace.

***

Carissimi presbiteri e diaconi,

Sorelle e Fratelli carissimi,
Carissime Persone di vita consacrata!

L’evangelo di Luca relativo al modo con cui si manifesterà il Regno di Dio [1], così come commentato dal grande Agostino d’Ippona [2], sarà la nostra “via maestra” meditativa all’inizio e nel corso di quest’imminente periodo di Avvento, che apre il ciclo liturgico dell’Anno A, il primo del ritmo ternario della nostra Liturgia del Messale Romano. Come sapete, i nostri testi di Avvento ricorreranno copiosamente al Vangelo di Matteo, ma il testo di Luca, commentato dal Dottore d’Ippona, è, di fatto, parallelo a quanto viene riferito da Mt 24,37-44 (che ricorda esplicitamente “i giorni di Noè e del diluvio”), così come ascolteremo nel ciclo di Avvento dell’Anno liturgico 2013-2014. Vi offro, pertanto, questa mia meditazione personale sul “Figlio dell’Uomo nel suo giorno”, quasi lasciandomi condurre per mano da sant’Agostino e anche da sant’Ambrogio. Mi fa piacere condividerla con tutti voi, sperando che parroci, predicatori e catechisti vogliano fare altrettanto nel corso di questi giorni d’Avvento, ritornando volentieri ai sacri testi biblici ed ai testi della tradizione patristica.

Il testo dell’evangelo lucano presenta, dunque, Gesù che risponde a una precisa domanda dei Farisei (ai quali, all’epoca, qualcuno, forse, lo assimilava). Ecco la domanda, che è anche l’interrogativo che caratterizzerà l’intero Avvento liturgico cristiano: «Quando verrà il Regno di Dio?» (Lc 17,20). Alla domanda sul quando e sul Regno, Gesù offre, tuttavia, una risposta articolata sul “come”, anzi, in aggiunta, introduce quella misteriosa e profetica figura del “Figlio dell’uomo”. Il Regno di Dio, annuncia il Maestro, viene senz’attirare l’attenzione, anzi è «già in mezzo a voi» (Lc 17,20). Circa il “quando” del suo avvento, Gesù proclama, inoltre, che ci sarà certamente il giorno del Figlio dell’uomo, il quale, tuttavia, verrà come la folgore, per cui sarà quasi impossibile poterlo fissare in un tempo o in uno spazio precisi (Lc 17,23-24). Mentre però, nei giorni di Noè e di Lot, gli esseri umani conducevano in modo ordinario le proprie giornate, troppo ordinariamente al punto che si lasciarono cogliere di sorpresa nel momento del diluvio e della pioggia di zolfo e di fuoco, il Maestro suggerisce piuttosto, in quel giorno particolare, che verrà ineluttabilmente, di non indugiare nelle ovvietà e nel fare delle nostre attività ordinarie; soprattutto, rammenta di non obiettare che è impossibile mettersi nel giusto atteggiamento dell’attesa. Tutto questo trasferisce bene, osservava Agostino, negli ascoltatori dell’annuncio, il senso dell’improvviso, dell’imminente, della decisione da assumere subito, per non trovarsi impreparati quando sarà il momento… ovvero il senso dell’Avvento: preparazione, insieme, alla venuta storica di Gesù dal grembo di Maria Vergine e alla seconda venuta del Figlio dell’Uomo, l’Avvento escatologico.

«Questa lettura evangelica, dilettissimi, che adesso abbiamo ascoltato, non è stata scelta da me, come di solito accade, ma è stata come ordinata dal Signore stesso, colui che regge le nostre azioni, ed è assai consonante con il Salmo 51, che ho stabilito di presentare alla vostra carità. Il Signore parlava, infatti, del suo ultimo Avvento alla fine del tempo, ed aveva già ricordato i tanti eventi terribili che le realtà umane avrebbero necessariamente dovuto subire a motivo dell’avvicinarsi della fine. Egli sta rimproverando aspramente coloro che vogliono vivere al sicuro, ma non portarsi nella terra della sicurezza. Dice perciò che la seconda venuta – la venuta in vista del giudizio - del Figlio dell’uomo sarà tremenda per tutti e, tuttavia, quell’avvento dev’essere desiderato dai fedeli devoti» [3]. Ecco i precisi termini con cui sant’Agostino presenta il testo evangelico ai suoi ascoltatori. Quel giorno futuro evocherà, per molti aspetti, i giorni di Noè, allorché in molti - intenti soltanto a condurre la vita ordinaria di tutti i giorni – si trovarono irreparabilmente, e senza poter più far nulla, di fronte al diluvio. Ma noi, sorelle e fratelli, non dobbiamo aver paura di fronte a quest’annuncio! Piuttosto, dobbiamo farci trovare, e porci, nel medesimo atteggiamento di coloro che salirono sull’arca. Non è ancora giunto, infatti, il giorno del giudizio del Figlio dell’Uomo. È, piuttosto, questo che stiamo vivendo adesso, ancora per noi il tempo di “vigilare”, di vegliare, di stare sobri e di non lasciarci impelagare troppo nel tran tran della vita attuale...

Vegliare stimola con forza  la nostra mente che, talvolta, è ottusa e fuorviata da benessere, disperazione per il futuro, banalità, superficialità, ovvietà, monotonia. Ricordiamo il “vegliate” di Mosè al popolo, che deve scuotere la coscienza di coloro a cui egli rimprovera la ribellione e la durezza della cervice. Ricordiamo il “vegliate” di Paolo, che scuote sia coloro che sono sotto la Legge, sia coloro che sono sotto la legge naturale, scritta nei cuori di ogni uomo. Questo “vegliate” di Gesù, nel corso dell’Avvento, deve scuotere la nostra coscienza perché una coscienza inquieta, o meglio vigile e presente, è indizio di sensibilità, di vita, di spiritualità, di fede, dunque di trasformazione e di cambiamento, o meglio di conversione radicale.

Seguendo un’espressione paradossale dello scrittore francese Julien Green, potremmo dire che “quando si è inquieti si può stare tranquilli”. C’è, invece, una calma che è superficialità, indifferenza, vuoto dello spirito, cecità del godimento e dell’egoismo, sonno dell’anima. Questa calma, bisogna evitarla assolutamente! Commentando il Vangelo di Marco, E. Lohmeyer scrive: “La vita dell’uomo fedele non si svolge in saperi, sogni e passioni, ma nell’impegno  sempre vigile e sobrio del cuore”. Paolo, a sua volta, ragiona così: se “il giorno del Signore” deve trovarci “irreprensibili”, cioè immeritevoli di qualsiasi addebito da parte del Giudice misericordioso, il suo pensiero non può che invitare a seguire la testimonianza della retta coscienza e, nel caso dei credenti, il Vangelo che Paolo stesso ha proclamato (il “mio Vangelo” di Rm 2,16).

Insistendo anch’egli sulla vigilanza, così cantava poeticamente un altro grande vescovo dei primi secoli, Ambrogio di Milano: «O creatore eterno delle cose,/ che regoli il giorno e la notte/ e i tempi diversi avvicendi ad alleviarci la noia,/ già s’ode l’araldo del giorno,/ che veglia nel profondo della notte:/ è come luce a chi cammina al buio/ delle notturne vigilie è segnale» [4]. Ad galli cantum: ridestarsi dal sonno, non appena il canto del gallo – l’araldo del giorno - annuncia l’arrivo dell’alba.

Il vescovo Ambrogio, cantore delle vigilie notturne, tessitore di melodie liturgiche, così pregava Colui che è principio e fine di tutta la creazione, perché l’araldo del giorno, che veglia nella notte e nel buio delle notturne vigilie, desti con il suo canto gli smarriti di cuore e richiami coloro che si fossero allontanati dalla via che i profeti hanno detto di seguire. La sua preghiera sommessa sollecita ed invita anche chi, tra noi, sa di essere ancora avvolto nell’ombra notturna (del male gratuito, del mancato riconoscimento del Signore negli ultimi e nei diseredati) a levarsi attivo e di buon animo. Il canto del gallo scuote, come scosse il cantico pronunciato da Mosè nel Deuteronomio (Dt 31,20-22), perfino i cieli e la terra. Soprattutto, scuote chi persiste nell’immobilità, dà la sveglia ai dormiglioni e suona come monito a colui che si nasconde (come fece Pietro quando tradì il Maestro), magari dietro lo scudo della bugia. Al trillo ripetuto del gallo - prosegue il Vescovo Ambrogio - «torna la speranza e rifluisce ai malati il vigore, il bandito nasconde il pugnale, negli smarriti la fede rivive» [5].

Come quello di Pietro, anche lo sguardo di Ambrogio, e di chi con lui medita l’Inno, incrocia, dunque, quello lo sguardo penetrante di Gesù. È uno sguardo, quello del Maestro, che gela la mano che sta per colpire l’altro, fa rivivere la speranza negli sfiduciati, emenda il peccato, cancella le colpe e, sentendoci  noi guardati nel profondo della nostra miseria, è uno sguardo che ci ricolma di misericordia infinita, tale da farci prorompere in un convulso, ma consolatore, pianto di purificazione (il pianto purificatore della Confessione sacramentale dei peccati). Un gallo canta, proprio nel momento in cui siamo troppo intenti ad altre cose non divine, mentre siamo sulla terrazza dopo aver lasciato le cose in casa, mente siamo ancora nel campo di lavoro, mentre siamo a letto con chi ci è caro (cf Lc 20,28-36)... L’intera creazione è racchiusa nella sua voce di animale non umano; tutto, esseri umani compresi, viene sollecitato a guardare soprattutto alle cose di lassù.

In quel gallo, Ambrogio rinviene la necessità a destarci, anzi a ridestare tutto il cosmo, affinché tutto sia scosso e riscopra l’imminente venuta del Signore; in particolare, noi, esseri umani, siamo sollecitati a scuoterci da un torpore spirituale, dal quale, forse, siamo stati troppo avvolti, e invitati a riprendere un cammino di avvicinamento al Padre, che era stato forse interrotto dal nostro consapevole peccato: ascolti la terra le parole della mia bocca; mettete in pratica la Legge per essere giustificati, vegliate… Un gallo nella notte della nostra esistenza: sentinella del nuovo giorno, animale del nuovo giardino, che ha soppiantato quello di Eden da cui fummo espulsi; un simbolo di rinascita, di un andare incontro, di pensare all’ad-ventus, ad un evento che si preannuncia terribile e misericordioso, insieme. Il Figlio dell’Uomo sta per venire, anzi Egli verrà nel giorno di Dio, giudicherà i segreti degli uomini, vaglierà coloro che furono ribelli contro il Signore.

Il giorno del Signore ci trovi preparati a quel momento, sorelle e fratelli! Continua Agostino: «In breve, illustrerò quanto è forse oscuro a qualcuno nella lettura del vangelo, con l’aiuto del Signore. Gli esseri umani devono essere preparati affinché, nell’ultimo giorno, non siano trovati (come quelli del diluvio). Stiamo preparati, fratelli miei. Esultiamo pure, prviamo gioia, acclamiamo pure. Ma vi scongiuro: quel giorno ci trovi preparati… Molti dicono a se stessi: “Ci si comanda di aspettare quel giorno, di non farci trovare come quelli che rimasero fuori dell’arca e perirono nel diluvio.

Certamente ci atterrisce la parola di Dio, ci fa paura la tromba del vangelo. E tuttavia, che cosa faremmo noi se non continuassimo a prender moglie?”. Questo dirà soprattutto un giovane, un adolescente.  “Ma allora, bisognerà sempre stare senza mangiare, senza bere, star digiuni?”. Molti obiettano simili cose (sentendo che bisogna vigilare). E chi voleva comprare qualche bene, dovrà forse dire a se stesso di non comprare più nulla “per non essere anch’io trovato nel numero di coloro che perirono?» [6]. Non bisogna certamente fermare la vita; ma occorre, tuttavia, conferirle un senso diverso, affinché, agendo in tal modo, siano davvero pochi quelli che dovranno – Dio non voglia - andare nel fuoco eterno, in quel giorno! Non è la condizione o l’attività che conta, sorelle e fratelli carissimi, bensì la volontà con cui operiamo: «Pace agli uomini di buona volontà» (Lc 2,14), insiste Agostino. Un augurio, questo, che indica che, essendo breve il tempo, dobbiamo arricchirci, sì, ma nel volere le opere buone, cioè dobbiamo evitare il male e fare il bene [7].

È questa la regola inscritta anche nelle nostre coscienze: evitare il male (ciascuna coscienza umana sa bene dove stia il male., soprattutto il male gratuito); operare il bene (e noi, quest’anno, abbiamo a disposizione una Lettera pastorale sulle opere di misericordia corporale e spirituale, che, se attuate, ci fanno certamente praticare il bene). Vegliate!, ci griderà il vangelo della prima domenica di Avvento. E la seconda, con la voce del Battista, ci solleciterà ancora a preparare la via del Signore e a raddrizzare i sentieri (Mt 3,1-2). La terza domenica presenterà, a sua volta, come già in atto il Regno messianico annunciato dai profeti, attraverso la trasformazione – anche mediante il nostro sforzo di credenti operosi - di ogni cosa e di ogni condizione umana (Mt 11,2-11). La quarta, infine, ci presenterà ormai l’imminente nascita di Gesù da Maria, che si trova incinta per opera dello Spirito santo (cf Mt 1,18-24).

Questo ascolteremo nelle Omelie di Avvento; questo dobbiamo meditare insieme nelle catechesi per ogni età della vita, in preparazione al Natale del Signore. «Dunque, fratelli miei direttissimi, vi scongiuro per il Signore, per la sua croce, per il suo sangue, per la sua carità, per la sua umiltà, per la sua soprannaturalità vi scongiuro e vi prego: non ascoltate questo Vangelo rimanendo inerti, non crediate di stare in questo luogo sacro come ad un qualunque spettacolo. Conoscerà senz’altro la misericordia del Figlio dell’uomo colui che, di fronte ai suoi occhi, è preso, adesso, da tremore (anzi dal timor di Dio!). Egli stesso, mediante il servizio dell’affetto, mi spinge a comunicarvi tali cose, in modo che voi siate mossi dallo stesso timor di Dio con cui noi stessi abbiamo conosciuto che ognuno dovrà rendere conto al Signore di ogni azione» [8]. Buon cammino di Avvento a tutti! Tutti vi benedico, impetrando per ognuno, l’intercessione dei nostri Santi Patroni!

*

NOTE

[1] Lc 17,20-27.

[2] Augustinus Hipponensis, Sermones nuper reperti (Dolbeau 1-31; Etaix 1-4), Sermo 114 B: “Sermo sancti Augustini de capitulo evangelii ubi denuntiatur adventus Domini in novissimo die”. La traduzione dei passi è mia.

[3] Ivi, 1.

[4] Ambrogio, Ad galli cantum 1-8; SAEMO 22, 30-35.

[5] Ambrogio, ivi, 21-24.

[6] Agostino, omelia cit., 8.

[7] Ivi, 13.

[8] Ivi, 16.