Vi spiego perché alcuni gesuiti diventano astronomi

La bellezza della conoscenza "inutile"

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CITTA' DEL VATICANO, domenica, 29 luglio 2012 (ZENIT.org) - Perché alcuni figli di sant'Ignazio di Loyola, la cui memoria liturgica si festeggia il 31 luglio, diventano astronomi? A questa domanda risponde in un articolo pubblicato ieri, sabato 28 luglio, su L'Osservatore Romano il gesuita statunitense e membro dell'équipe della Specola vaticana, fratel Guy J. Consolmagno.

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Come gesuita all’Osservatorio astronomico vaticano vivo in comunità con i miei confratelli astronomi. Il mondo dell’astronomia è un microcosmo che riflette il modo in cui troviamo le motivazioni per svolgere attività che non comportano profitti evidenti, in termini di finanza o di potere. Non c’è alcun vantaggio evidente, ad esempio, nella conoscenza della gamma dei cluster (grappoli) di stelle. Dove dunque noi astronomi troviamo la motivazione per lavorare insieme su cose che nessuno di noi potrebbe fare da solo? Che cosa ci sostiene, momento dopo momento, nella nostra ricerca?

Il senso di queste domande consiste nel capire come la scienza incontra la religione. È un luogo comune parlare della “guerra senza fine tra scienza e religione”, e un modo comune di risolvere questa “guerra” è affermare che la scienza e la religione hanno ciascuna il proprio campo di applicazione.

Secondo la definizione di Steven Jay Gould, i loro «magisteri non sono sovrapposti». Coloro che mettono una barriera tra scienza e religione dimenticano un aspetto molto importante. Scienza e religione si incontrano senza dubbio almeno in un punto: in quell’essere umano che è lo scienziato, le cui motivazioni e aspirazioni fondamentali, che lo spingono a dedicarsi a quella scienza, sono più o meno apertamente di natura religiosa, e i cui presupposti religiosi sull’universo costituiscono i fondamenti del ragionamento scientifico.

Vogliamo inoltre ricordare che è ugualmente un cliché la forma più rigida di creazionismo, sostenere cioè che il mondo è stato creato in sette giorni esatti e che la Genesi è il nostro unico testo di riferimento scientifico; o pensare che tutti gli scienziati considerino la scienza la loro religione, e sostengano che la biologia sia l’unico dio e Dawkins sia il suo profeta. Ma esiste una ragione per cui alcune persone buone, sincere e molto intelligenti possono aderire al creazionismo, e invece altre, ugualmente buone, sincere e intelligenti hanno abbandonato la religione per una visione materialistica della scienza.

Le due posizioni sono, almeno in parte, entrambe corrette. Come ci ricordano i teologi, ogni eresia si basa su una importante verità. Per affermare che non credono in Dio, gli atei devono avere un’immagine piuttosto chiara del dio che rifiutano. E il dio che rifiutano è probabilmente un dio che merita di essere ricusato, molto distante dal Dio che noi credenti abbiamo sperimentato e accolto. Noi crediamo in Dio rispondendo a un’esperienza, non per cieca fede in un libro o in un guru; la nostra fede comporta una personale esperienza di Dio. In tal senso il credente non è diverso da uno scienziato, che osserva e poi cerca di dare una spiegazione a ciò che ha osservato. Nel rifiutare l’intervento del soprannaturale nell’universo, la scienza rifiuta un dio del caos, senza leggi, che agisce per capriccio, in modo insensato. Ma anche il cristianesimo lo rifiuta. Anche se il Dio della Genesi crea con un fiat (“sia”), non lo fa a caso, ma con logica. La maggior parte degli scienziati non sono atei nel senso stretto della parola. La percentuale di scienziati che vanno in chiesa la domenica — o in sinagoga il sabato o in moschea il venerdì — non è affatto diversa da quella della gente comune. Anche gli astronomi che non appartengono a una religione organizzata sono ancora, molto spesso, teisti o almeno agnostici, ovvero intuiscono l’esistenza di Dio, ma non si aspettano di conoscerlo.

Pochi scienziati si dichiarano atei. E anche uno scienziato ateo renderà lode all’altare della Verità; o almeno un valido scienziato lo farà. La verità è importante, anche quando non produce un immediato interesse l’ammettere che il risultato di un esperimento, di un’osservazione o di un calcolo va contro la propria teoria preferita. Anche se possiamo falsificare i dati per mantenere il nostro ruolo, nessuno verrà mai a saperlo. Il problema principale per quegli scienziati che si proclamano agnostici è quello dell’esistenza di un Dio personale che agisce nella vita quotidiana. Ma anche il meno religioso degli scienziati cerca nella natura una chiave, una logica, un modello caratteristico, che abbiano avuto successo in passato nel fornire una descrizione utile di come le cose funzionino, e che possano dare un’indicazione per la ricerca futura.

In altre parole, la natura ha una personalità. Ed è uno scienziato di successo quello che ha abbastanza familiarità con tale personalità da distinguere una teoria giusta da una sbagliata.

Come quando conosciamo i personaggi preferiti di un romanzo o di un programma televisivo, e reagiamo male se un nuovo autore cerca di farli deviare dal loro percorso perché non li comprende, così una teoria che non funziona fa irritare uno scienziato esperto, anche prima che ne dimostri l’erroneità grazie alla matematica.

I credenti che la diffidenza ha tenuto lontani dalla scienza potrebbero non conoscere mai la struttura della natura, come hanno fatto invece gli scienziati. D’altra parte, i credenti possono conoscere bene colui del quale gli scienziati possono soltanto intuire la natura. Il Dio della Genesi commentando la creazione la giudica buona; allo stesso modo, anche i più atei tra gli scienziati sperimentano un senso di gioia, una semplice felicità, una sensazione di verità, quando scoprono l’eleganza della natura riflessa nelle leggi della scienza.

Come accade per la musica, occorrono capacità e talento per compiere una seria ricerca. Ma tutti possono contemplare quella bellezza e gioire, come chi non è musicista può godere l’armonia di un bel pezzo musicale. Il lavoro scientifico dell’astronomia dimostra che l’intero universo si basa su leggi divine, che danno vita a un insieme piacevole e coerente; la bellezza delle stelle e delle nebulose regolate da queste leggi è l’espressione di tale gioiosa armonia e dà la motivazione per tale impegno.

Ma svolgere concretamente quel lavoro richiede molto di più. Oggi è necessaria una stretta familiarità con la matematica e la fisica, con la chimica e la biologia. Non solo. Il lavoro dell’astronomo si basa anche sulle tre virtù descritte da san Paolo. Per occuparsi di scienza, bisogna accettare i tre princìpi di fede, speranza e amore, che sono indubbiamente di natura religiosa. Si può infatti affermare che essi sono specificamente cristiani. Senza dubbio sono princìpi in cui non tutte le religioni necessariamente credono.

Perché alcuni gesuiti diventano astronomi? Noi vogliamo essere osservatori di noi stessi. Se dovessimo osservare gli osservatori, che cosa vedremmo svolgersi, giorno dopo giorno, in questo Osservatorio vaticano? Vedremmo una settimana trascorsa quasi in silenzio, svegli tutta la notte su una vetta fredda e solitaria sotto un cielo stellato, spostando lentamente un telescopio da una costellazione all’altra, impartendo alcuni comandi alla tastiera di un computer, in attesa che la luce delle stelle venga concentrata in un chip al silicio criogenicamente congelato.

Vedremmo la rumorosa sala congressi di un albergo piena di migliaia di scienziati, vecchi colleghi conosciuti ai tempi del liceo e nuovi studenti che si incontrano per la prima volta. Nel vocìo potremmo udire amici che discutono di nuove scoperte, preoccupati per la loro prossima sovvenzione, il loro nuovo lavoro, che si scambiano un’infinità di notizie relative a matrimoni, nascite, divorzi dall’ultimo incontro, angosciati perché stanno per cercare di comprimere un anno di lavoro in una presentazione di dieci minuti di fronte a cinquecento ipercritici colleghi. E poi uno di loro chiederà se può parlarci in privato per pochi minuti.

Vedremmo qualcuno in piedi in un auditorium, di fronte a duecento studenti delle scuole superiori, le cui menti seguono duecento diverse direzioni, che pian piano li attira con i gloriosi colori di galassie e nebulose verso una più profonda contemplazione del Sé, della Creazione e del Creatore.

Vedremmo lo schermo di un computer sul quale compaiono non belle immagini a colori, ma stelle come puntini bianchi e neri distribuiti a casaccio tra una imperfezione e l’altra del chip rilevatore, tra i granelli di polvere sul filtro, confusi con l’ombra di una falena volata nel telescopio mentre si stava prendendo l’immagine. Da questo dobbiamo estrapolare la brillantezza di un particolare puntino, grazie al conteggio del numero di volte che un fotone ha colpito un elettrone sul nostro chip; e conosciamo la inesorabile legge matematica, la quale dice che il valore che si raggiunge non sarà migliore, statisticamente, della radice quadrata di quel numero di colpi. E c’è da sperare che il nostro conteggio non comprenda anche la luce di qualche galassia appena visibile e distante, che si trova nelle vicinanze.

Poi ci accorgiamo che la poco visibile, anonima e distante galassia che si sta frapponendo ai nostri dati è una collezione di cento miliardi di stelle; ogni stella presumibilmente circondata da pianeti; e anche se la possibilità che vi sia vita è una su un milione, questo significa comunque centomila posti in quella piccola macchia dove potrebbero esservi astronomi alieni che ci guardano, brontolando contro quella macchia distante della Via Lattea che intralcia la loro osservazione.

Anche prima che Galileo costruisse la sua prima lente, i gesuiti si occupavano di astronomia. Cristoforo Clavio aiutò Papa Gregorio XIII a riformare il calendario nel 1582, poi scrisse un libro per spiegare quella riforma al resto del mondo. Scrisse anche una lettera di raccomandazione per il giovane Galileo, quando questi cercava un lavoro da insegnante; e quando era già in là con gli anni, guardò attraverso il telescopio di Galileo per vedere con i suoi occhi le lune di Giove. Altri gesuiti, al Collegio Romano e altrove, idearono il primo telescopio riflettente; fecero mappe della Luna; convinsero il Sant’Uffizio a togliere Copernico dall’Indice; osservarono i transiti di Venere che permisero finalmente agli astronomi di misurare la scala del sistema solare.

Dal tetto della chiesa di Sant’Ignazio a Roma, il gesuita Angelo Secchi scoprì alcune macchie scure su Marte, che chiamò «canali» — che erano reali, e molto diversi dai “canali” illusori che astronomi successivi credettero di vedere — e per primo classificò le stelle sulla base dei loro spettri di colore. Anche tutti questi antesignani fecero il loro lavoro durante incontri, studi in classe oppure da soli al telescopio. Ebbero momenti di conversazione spirituale privata; Johann Hagen, direttore dell’Osservatorio vaticano agli inizi del Novecento, era il direttore spirituale della beata Elizabeth Hesselblad, la convertita svedese naturalizzata americana che fondò l’ordine di Santa Brigida. Parteciparono a matrimoni, battesimi e funerali dei loro colleghi, compresi molti che si sarebbero sentiti a disagio in presenza di sacerdoti.

E così il nostro lavoro continua, sia al telescopio sia nei nostri nuovi uffici nei giardini pontifici fuori Roma; e la Chiesa continua a sostenere attivamente la nostra scienza. Il Vaticano mantiene un Osservatorio e chiede ai gesuiti di dotarlo di personale, al fine di mostrare al mondo in maniera visibile che non ha paura della scienza, ma piuttosto ne sposa la causa: questo sulla base della lunga tradizione che considera la conoscenza della creazione come un percorso verso il Creatore.

E le ragioni per cui siamo astronomi sono antiche come le stelle stesse, espresse in poesia da quando i poeti cominciarono a scrivere. Il profeta Baruc scriveva: «Le stelle brillano nei loro posti di guardia e hanno gioito; egli le ha chiamate ed hanno risposto: “Eccoci”, e hanno brillato di gioia per colui che le ha create» (Baruc , 3, 34-35). Sant’Ignazio scrisse che «la sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle, che contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a servire il Nostro Salvatore» (Autobiografia). Chiamiamola consolazione; chiamiamola gioia; chiamiamolo amore. È di stagione tutto l’anno. È lo studio dell’universo, di «tutte le cose» dove troviamo Dio. È il lavoro dell’Osservatorio vaticano. È il lavoro di ogni Osservatorio. Noi lo chiamiamo astronomia.

(©L'Osservatore Romano 28 luglio 2012)