Viaggio al cuore monumentale della fede (Nona parte)

La Basilica di San Pietro. La Piazza e l'obelisco

Roma, (Zenit.org) Paolo Lorizzo | 489 hits

Nelle settimane scorse abbiamo visto come la realizzazione della piazza sia stata l’operazione apparentemente più semplice ma probabilmente la più complicata perché primo elemento di impatto visivo dell’intero complesso. La genialità del Bernini è stata dunque quella di fornire la visione di un’insieme assolutamente equilibrato, geometrico si, ma anche con le debite varianti che spezzassero la monotonia della simmetria classicheggiante (le statue dei santi sull’attico ne sono tangibile esempio).

La piazza (completata con la realizzazione di via della Conciliazione) aveva ormai raggiunto una tale profondità che ci si poteva permettere di collocare al centro e ai suoi lati qualcosa che spezzasse questa prospettiva, pur non disturbando l’occhio umano per la visione della magnifica facciata. Nasce da queste prospettive l’idea di collocare, nel centro esatto della piazza, un obelisco, originariamente collocato al centro della spina del Circo di Caligola (futuro circo di Nerone), un tempo situato poco distante (le rovine sono state identificate nelle fondazioni della navata sinistra della Basilica).

L’obelisco è in granito rosso, alto m. 25,31 e poggia su un basamento alto m. 8,25. E’ il secondo obelisco più alto della Capitale (dopo quello del complesso lateranense) ed è anepigrafe. Al contrario di quanto si possa supporre, non siamo di fronte ad un monolite realizzato dagli antichi Egizi. Pur essendo stato estratto dalle famose cave di granito situate all’altezza di Assuan, importante centro dell’Alto Egitto (a sud del paese) nei pressi di Elefantina, l’obelisco Vaticano è stato probabilmente estratto per volere dell’imperatore romano. Questo è testimoniato dal fatto che le superfici dei quattro lati non riportano nessun geroglifico, cosa impensabile al tempo dei faraoni che invece ricoprivano interamente le superfici di iscrizioni per esaltare la gloria del dio Sole e la propria. Trasportato a Roma da Cornelio Gallo (primo prefetto romano in Egitto) nel 40 d.C., la cui tradizione vuole in compagnia di un carico di lenticchie (per impedirne pericolose fessurazioni che lo avrebbero reso inservibile), fu collocato nel circo dall’imperatore Caligola. Con il passare dei secoli l’obelisco rimase a guardia di un cumulo di rovine, in cui si stava riducendo l’ex Capitale dell’impero, anche perché la tradizione voleva che all’interno della sfera di bronzo, collocata sulla sua cuspide, fossero conservate le ceneri di Giulio Cesare.

Fu papa Sisto V che decise di valorizzarne la simbologia spostandolo dal circo alla piazza vaticana in base al progetto presentato dall’architetto Fontana. Solo per programmarne lo spostamento occorsero ben sette mesi di lavoro preparatorio, che comportarono, tra l’altro, l’abbattimento di alcune case del quartiere e la distruzione della Rotonda di S. Andrea, di cui abbiamo precedentemente parlato. Il 30 aprile 1586 iniziarono i lavori di trasferimento a cui parteciparono 907 uomini, 75 cavalli per il tiro e 40 argani per il sollevamento. Il 16 settembre dello stesso anno venne collocato sull’alto podio e consacrato appena dieci giorni dopo.

Non conosciamo con esattezza le tecniche di innalzamento in epoca antica. Probabilmente, quelle applicate in Egitto per erigere questi possenti monoliti, erano molto simili a quelle utilizzate dai romani secoli dopo per collocarli al centro dei loro circhi. Possiamo però farci un’idea delle grandi difficoltà a cui si andava incontro per compiere una simile impresa leggendo le cronache dell’epoca che parlano di molti fallimenti prima dell’impresa di Domenico Fontana, tentando invano di progettare macchinari adatti al trasporto e al sollevamento verticale dell’antico monolite.

Il Fontana presentò un progetto innovativo, sbalorditivo per l’epoca. Questo prevedeva la costruzione di una torre di legno per ingabbiare l’obelisco, con l’ausilio di cerchi di ferro e corde di canapa. Una notevole quantità di argani e verricelli vennero impiegati per il suo innalzamento e l’alloggiamento nella nuova sede. Quanto descritto in maniera così semplicistica rappresentò in realtà una delle più grandi imprese dell’epoca, realizzata non senza un certo pathos creatosi con le minacce di morte non troppo velate non soltanto per il Fontana (nel caso in cui avesse fallito), ma anche per tutti coloro i quali si fossero intromessi in un modo o nell’altro durante la realizzazione progettuale. A testimoniare che si faceva sul serio, all’interno dell’area protetta da transenne e facente parte del cantiere, venne istallata una forca con tanto di boia pronto ad eseguire le pene capitali in caso di condanna. Fortunatamente tutto andò per il meglio ed il Fontana venne risparmiato, anche se i più informati dell’epoca ritenevano che l’architetto avesse ‘parcheggiata’ una scorta con una carrozza pronta a proteggerlo in caso di fuga forzata.

 (La parte ottava è stata pubblicata sabato 1 giugno. La decima puntata seguirà sabato 15 giugno) 

* Paolo Lorizzo è laureato in Studi Orientali e specializzato in Egittologia presso l'Università degli Studi di Roma de 'La Sapienza'. Esercita la professione di archeologo.