Vittorio Messori sfata le false “leggende” sulla figura di Ratzinger

Il giornalista e scrittore ha trascorso vari giorni con il nuovo Papa

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ROMA, giovedì, 21 aprile 2005 (ZENIT.org).- Vari giorni di colloquio con il cardinal Joseph Ratzinger nel 1984 hanno permesso a Vittorio Messori – giornalista ed uno degli scrittori cattolici più venduti e tradotti al mondo – di pubblicare, come coautore, il volume dal titolo “Rapporto sulla fede”, ma anche di sfatare il mito che ha fatto del porporato un “Panzer-Kardinal”.



Lo ha ricordato in un articolo pubblicato questo mercoledì dal quotidiano il “Corriere della Sera”, scritto proprio dopo aver saputo di “essere stato coautore di un libro con il Pontefice defunto e di un altro con quello appena eletto”.

In “Varcare la soglia della speranza” (1996), Messori pose delle domande a Giovanni Paolo II su iniziativa di quest’ultimo. “Le risposte del Papa – la sola cosa che conti, in quel libro – mi commossero, pensando che le aveva scritte tutte a mano, in polacco, al termine delle sue giornate massacranti”, ha riconosciuto.

“Soltanto dopo scopersi che, tra i motivi per i quali papa Wojtyla aveva voluto darmi tanta fiducia (‘Faccia lei!’, mi disse quando gli chiesi se aveva qualche indicazione da darmi), c'era anche il fatto che il cardinal Joseph Ratzinger gli aveva confidato di essere rimasto soddisfatto del lavoro che avevamo fatto insieme”, ha rivelato.

Era l'estate del 1984. Il Cardinale bavarese – nominato da Giovanni Paolo II Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant'Uffizio) da meno di tre anni – trascorreva nella cittadina di Bressanone qualche giorno di riposo nel seminario, che durante il periodo estivo offriva alloggio a buon mercato a sacerdoti e famiglie cattoliche.

Lungi da ogni ermetismo, Ratzinger rispose con estrema franchezza alle molte domande del giornalista, anche a quelle più delicate.

“Ci vedevamo al mattino e conversavamo sino a pranzo, davanti al registratore che girava”; a tavola le religiose tirolesi “ci servivano qualche loro rustico piatto”. “Un breve riposo e poi di nuovo davanti al magnetofono. Le ultime due sere, per ritocchi e precisazioni, ci vedemmo anche dopo cena”, ha ricordato Messori nel suo articolo.

Lo scrittore ha voluto ricordare in modo particolare “l'uomo Ratzinger”. “La leggenda – e, purtroppo, l'odio ideologico di tanti, in un certo mondo clericale – ne ha fatto un Panzer-Kardinal, un disumano fanatico dell'ortodossia, un vero erede dei Grandi Inquisitori”, ha denunciato.

“Il Ratzinger della realtà, non del mito, è tra gli uomini più miti, comprensivi, cordiali, addirittura timidi, che mi sia stato dato di conoscere”, ha proseguito Messori.

E’ sicuramente un “uomo austero”: “a metà del pomeriggio – ha ricordato lo scrittore –, le suore del seminario di Bressanone portavano un vassoio con cioccolata e tè e con eccellenti biscotti e torte fatte da loro. Ero io, ed io soltanto, che mi servivo con gusto. Per Sua Eminenza, solo un bicchier d'acqua da sorseggiare lentamente”, ma si tratta di un’austerità “che (a differenza di troppi fanatici del moralismo) riservava a sé e non pretendeva dagli altri”.

Il profilo di Ratzinger risponde anche a quello di un “uomo, tra l'altro, di fine umorismo, pronto al sorriso” – ha aggiunto –: “ricordo una sera a tavola, dopo un premio che gli era stato dato, che volle sapere da me alcune delle barzellette che circolavano sul suo conto nelle parrocchie. Gliene riferii qualcuna e lo vidi davvero divertito”.

“Del resto, c'è da chiedersi che cosa resti della leggenda nera dell'Inquisitore se si fa un bilancio dei suoi 24 anni come Prefetto della Fede, scoprendo che la misura più grave presa contro un teologo della liberazione (quella da cui veniva contro di lui un fiume di contumelie) fu il caffè cui invitò, nel suo ufficio, Leonardo Boff e la disposizione di interrompere per un anno il fiume di interviste, di dichiarazioni, di manifestazioni”, ha affermato.

“In realtà, per amore della Chiesa, Joseph Ratzinger ha fatto il maggiore dei sacrifici, la rinuncia alla sua vocazione vera, quella dello studioso di teologia, di professore che divide il suo tempo tra la biblioteca e il contatto con i giovani”, ha sottolineato.

“C'è sempre stato, in lui, il disagio di dovere intervenire criticamente sul lavoro di certi suoi colleghi: se lo ha fatto è perché questo era il suo dovere, questo il duro compito dell'‘operaio chiamato a lavorare la vigna del Signore’, come ha detto nelle prime parole da Papa”, ha poi concluso.