"Vivere è aiutare gli altri a vivere!": la testimonianza di Raoul Follereau

A 110 anni dalla sua nascita, il mondo ricorda il "vagabondo della carità" e "apostolo dei lebbrosi" che dedicò la vita alla cura di chi era affetto dalla lebbra nel corpo e nell'anima

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 708 hits

"Vivere è aiutare gli altri a vivere!". Aveva 15 anni Raoul Follereau quando pronunciò queste parole. Aveva l’entusiasmo di tutti i giovani di quell’età e la vita davanti per realizzare i suoi propositi. Mai però avrebbe immaginato la strada che Dio aveva spianato per lui, che lo avrebbe portato oggi, a 110 anni dalla sua nascita (17 agosto 1903 – Nevers, Francia), a essere ricordato e ammirato come “l’apostolo dei lebbrosi”.

La vita di Follerau è stata una continua peregrinazione, scandita da un servizio a 360° verso chi era corroso dalla lebbra nel corpo e nell’anima. Per questo la sua attenzione si concentrò non solo sui malati, ma anche sui poveri, sugli emarginati, sulle vittime della guerra, su chi insomma era oppresso da quelle che egli definiva le “altre lebbre”: ovvero l’indifferenza, l’egoismo, l’ipocrisia, l’ingiustizia.

Nel 1954, istituì la Giornata Mondiale della Lebbra, giunta oggi alla sua 60° edizione e celebrata in 150 paesi. “Vagabondo della carità”, fece il giro del mondo circa 32 volte per distruggere, anche negli angoli più remoti della terra, ogni muro di egoismo che impediva una piena accoglienza dei malati e degli emarginati.

L’unica ‘tappa fissa’ della sua vita fu la moglie Madeleine, incontrata e sposata nel 1918, con cui condivise ogni viaggio, ogni convinzione, ogni sconfitta e traguardo. I malati di lebbra, che loro abbracciavano come figli senza alcuna paura di contagio, li chiamavano “papa Raoul” e “maman Madeleine”. Disse Raoul: “Il rischio di contagio è minimo: si possono abbracciare i malati di lebbra, e considerarli come malati ordinari e curarli allo stesso modo”. 

Giornalista, intellettuale, letterato e poeta, ottimo oratore e comunicatore, Follereau scrisse un numero infinito di articoli, alcuni libri e tenne centinaia di conferenze per promuovere la campagna di sensibilizzazione verso le necessità degli ultimi. La sua abilità di adattarsi alle esigenze degli interlocutori lo portò a far sentire la sua voce anche davanti a capi di Stato e di Governo e alle Nazioni Unite.

Addirittura arrivò a proporre uno “Sciopero dell’egoismo” e, per cinque anni (1964 - 1969), con la guerra in Vietnam in corso, attivò una campagna rivolta all’ONU il cui obiettivo era convertire il costo di una giornata di guerra in fondi a favore della pace. L’iniziativa fu avviata nel bel mezzo delle contestazioni per la guerra, e registrò l’adesione di oltre 4 milioni di persone di 125 Paesi, facendo sì che intere generazioni di giovani, cattolici e non, venissero a contatto con il carisma e le geniali intuizioni dell’apostolo dei lebbrosi.

La vocazione di Raoul di dedicare la sua vita a servire gli altri divenne chiara nel 1935. In quell’anno, Follereau seguiva, come inviato speciale del giornale La Nation, le orme del missionario Charles de Foucauld. Durante un safari in Costa d’Avorio, la jeep che trasportava il giovane e promettente giornalista fu costretta a fermarsi nei pressi di uno stagno. Dalla foresta circostante apparvero, come fantasmi, i volti impauriti dei lebbrosi: i visi scarnificati dalla malattia, i corpi deturpati dalle piaghe, erano costretti a rintanarsi nella selva e chiedevano disperatamente cibo. Quella visione cambiò completamente la vita di Raoul. Lo shock fu tale che decise di ritornare al più presto in Francia per fare qualcosa per quei "sepolti vivi" che definì poi “una sottospecie umana condannata senza appello e senza amnistia”.

Nel 1946 lanciò il Natale del Padre de Foucauld e fondò L'Ordine della Carità che diverrà in seguito la Fondazione Raoul Follereau che conserva l’eredità spirituale del suo iniziatore e cura i lebbrosi fino alla completa guarigione. Una delle soddisfazioni più grandi per Follereau fu inaugurare la “Città dei lebbrosi”, nel 1953, ad Adzopé, in Costa d'Avorio, grazie ai soldi raccolti nei giri di conferenze. La città contava di laboratori, radio, cinema, e tante piccole case al limitare della foresta, che permisero ai malati di uscire da quella condizione di emarginazione in cui versavano da secoli.

Seguirono tanti altri progetti e tante altre vittorie: nella sua lunga attività riuscì a guarire circa un milione di lebbrosi e distribuì per la loro assistenza milioni di dollari. Logorato nel fisico dai viaggi e dall’instancabile impegno, morì il 6 dicembre 1977 a Parigi. La sua opera si rinnova oggi nelle attività di decine di organizzazioni a lui intitolate. Una su tutte: l’AIFO, l’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau.