"Voi missionari imponete una verità che non esiste"

Un chiarimento su alcuni aspetti del relativismo che caratterizza l'attuale mondo secolarizzato

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di padre Piero Gheddo, del Pime

ROMA, giovedì, 15 novembre 2012 (ZENIT.org) - Il 4 ottobre scorso ho tenuto una conferenza sui cristiani perseguitati in Nigeria nella Sala Filarmonica di Rovereto, cittadina del Trentino che ha una speciale relazione con la Chiesa in Nigeria. Un ascoltatore obietta: “Lei dice che i missionari portano la verità di Cristo e a volte muoiono martiri. Ma nel mondo moderno non esiste una verità assoluta, esiste la dialettica. Ciascuno dice quel che pensa e rispetta gli altri, non può imporre ad altri una verità che non esiste. Ma voi missionari fate proprio questo”.

Nel nostro mondo secolarizzato e laicizzato, credo che questa mentalità sia abbastanza diffusa. Rispondo che se non esiste una Verità assoluta, ma tutto è relativo e cambia con i tempi, non c’è nemmeno Dio, che non può cambiare parere ad ogni generazione umana che passa; se non c’è Dio, non c’è nemmeno una legge morale ma ciascuno si fa la sua morale, secondo le proprie idee e tendenze; infine, nei battezzati che hanno perso il senso della loro fede, non esiste più nemmeno la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, la “salda roccia” del Vangelo sulla quale costruire la nostra vita.

Tuttavia, tenendo incontri e conferenze anche in ambienti laici, non raramente mi capita di ascoltare domande, obiezioni, pareri che mettono in dubbio la missione universale della Chiesa. La stessa proposta della fede in Cristo è vista come un attentato alla libertà altrui.

L’individualismo radicale che trionfa nella cultura moderna (conta l’individuo, non la famiglia, il bene pubblico) porta a questa visione della libertà umana ed è una delle espressioni “di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l'apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione”, come ha detto Benedetto XVI in un discorso alla diocesi di Roma del 6 giugno 2005.

E Giovanni Paolo II, nella sua enciclica “Fides et Ratio” (1999, n. 5) scriveva: “Nelle diverse forme di agnosticismo e relativismo presenti nel pensiero contemporaneo, la legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull'assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo”.

Ho citato gli ultimi due Pontefici per sottolineare la caratteristica più provocatoria dell’Anno della Fede che stiamo vivendo (11 ottobre 2012 – Festa di Cristo Re 2013): la lotta contro il “relativismo”, che rappresenta la morte della fede e della missione alle genti. E’ una lotta che ciascun credente deve combattere nella propria coscienza prima ancora che nella società.

E’ facile infatti che, vivendo in una società come quella attuale, dove in fondo ciascuno fa quello che vuole, con l’unico pericolo di essere beccato nel trasgredire le leggi e pagare la pena in multe, processi e condanne (e magari anche anni di carcere!), si formi anche nel credente una mentalità che a poco a poco scivola verso la deriva del relativismo. Quante volte sentiamo espressioni significative come queste: Fanno tutti così… In fondo, cosa c’è di male?... Ho la mia coscienza, non ho bisogno della Chiesa… Sono un cattolico adulto, non un bigotto…

L’Anno della Fede è anzitutto un appello ad interrogarci sulla nostra fede, sul nostro modo di essere discepoli di Cristo, convinti che la fede può essere un lucignolo fumigante e vacillante e può diventare il sole di mezzogiorno che illumina, riscalda, rende gioiosa la vita e quindi si trasmette facilmente agli altri.

Il Sinodo episcopale in Vaticano del 7-28 ottobre 2012 era intitolato “La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, che è un impegno di tutta la Chiesa e di tutti i credenti in Cristo. Ma per questo occorre che la fede sia vissuta in pienezza e porti ad una vita cristiana autentica che testimonia la verità di Cristo. I primi missionari della fede sono tutti i battezzati che, vivendo la vita nel mondo ma senza essere del mondo, mostrano in concreto come la fede vissuta nella stessa situazione di tutti è fonte di serenità, di gioia e di speranza, dà una marcia in più nella vita.

Tutto parte dal ricupero di una fede convinta, che sconfigge il relativismo: lo diceva il card. Ratzinger pochi giorni prima di diventare Papa Benedetto XVI, nella “Missa pro eligendo Pontifice” del 18 aprile 2005, quasi un anticipo di quello che avrebbe caratterizzato il suo Pontificato: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni.

Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.