Volete insegnare la fede cattolica? (Seconda parte)

Omelia del cardinale Kurt Koch nel 50° anniversario della canonizzazione di Vincenzo Pallotti

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ROMA, giovedì, 4 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la seconda ed ultima parte dell’omelia tenuta venerdì 28 settembre dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, durante la celebrazione eucaristica con la Comunità dei Pallottini in occasione del 50° anniversario della canonizzazione di Vincenzo Pallotti.

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Assimilare la Parola di Dio nella propria vita
Servitori della Parola possiamo esserlo soltanto quando ci lasciamo toccare personalmente da questa Parola e l’assimiliamo nella nostra stessa vita, come si tramanda del profeta Ezechiele che dovette mangiare il rotolo prima di potersi recare dagli Israeliti e parlar loro. Proprio così anche il testimone apostolico deve lasciarsi continuamente toccare dalla Parola di Dio e meditarla rimanendo con Dio in preghiera, soprattutto nella lectio divina, grazie alla quale l’ascolto della Parola può diventare un incontro vitale col Cristo nella quotidianità di tutti i giorni. La lectio divina può aiutare il predicatore a cogliere nel testo biblico la Parola vivente di Dio che lo interpella, che gli indica l’orientamento da seguire, che trasforma la sua vita e forgia anche il suo annuncio.

Questo incontro spirituale con la Parola di Dio non deve essere inteso come opposto alla scienza esegetica. Piuttosto, siamo chiamati a tenere insieme ciò che non può essere diviso: da un lato, abbiamo bisogno oggi di uno studio scientifico della Parola di Dio, poiché l’approccio storico-letterario può rivelare il vero significato della storia tramandata nella Sacra Scrittura. Senza tale approccio, vi sarebbe il rischio menzionato dal grande teologo medievale considerato come il “secondo Agostino”, Ugo di San Vittore, il quale usò l’immagine dei teologi che si comportano come studiosi di grammatica che non conoscono l’alfabeto. Dall’altro lato, sussiste anche il pericolo opposto, che è quello di occuparsi solo di alfabeto e perdere di vista la bella armonia della grammatica. Pertanto, dobbiamo intendere la Sacra Scrittura non solo come una parola del passato, ma anche come una parola con cui Dio parla ancora nel presente, una parola che dobbiamo assimilare nella nostra vita. Infatti, non basta avvicinarci con curiosità alla Parola di Dio, ma dobbiamo far nostra questa Parola, in modo che essa diventi la nostra parola personale. Soltanto così potremmo ritrasmetterla e portarla agli uomini personalmente. Soltanto se ci lasciamo di continuo incontrare, spiritualmente, dalla Parola di Dio, possiamo, come voci, metterci a disposizione del Vangelo e fare spazio alla sua Parola. Noi siamo sempre in primo luogo ascoltatori della Parola, poiché soltanto così possiamo diventare davvero servitori della Parola e testimoni del Vangelo.

Testimoni del Vangelo per tutta la vita

Da tutto ciò emerge anche il secondo e ancora più fondamentale significato del gesto liturgico di porre il libro del Vangelo sulla testa del candidato durante l’ordinazione episcopale. Finora abbiamo riflettuto sul fatto che il libro copre il volto del consacrando. Adesso vogliamo prestare attenzione al fatto che il libro del Vangelo ripara anche il candidato, come un tetto di protezione. Non è un caso che nella Sacra Scrittura la Parola di Dio è descritta come elmo di salvezza, che dona sicurezza e rifugio.

Chi si sente a casa in questo spazio salvifico della Parola di Dio, intenderà e assolverà il suo ministero apostolico cercando di rendere anche gli altri partecipi di questa esperienza liberante. Solo così possiamo rispondere alla grande sfida che ci viene rivolta nella lettura odierna dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi: il nostro ministero apostolico al servizio del Vangelo non sarà “un bronzo che risuona” o “un cembalo che tintinna” solo se parlerà la lingua della carità. L’evangelizzazione non può conoscere altra lingua, poiché il contenuto del Vangelo altro non è che carità, come ha formulato in maniera concisa e pregnante Papa Benedetto XVI in una delle sue prime riflessioni su una teologia credibile della missione cristiana: “La missione-invio è in prima linea testimonianza dell’amore di Dio che abbraccia tutto.”[1]

L’Apostolo Paolo non ha soltanto annunciato questo primato della carità, ma lo ha innanzitutto vissuto. Infatti, il motivo più profondo della sua attività missionaria risiede nel fatto che egli ha ridonato gratuitamente ciò che gratuitamente ha ricevuto, come si evince dalle sue profonde parole: “l’amore del Cristo ci spinge” (2 Cor 5,14). Soltanto in questo amore, Paolo ha potuto affrontare le situazioni difficili, a volte disperanti, in cui si è trovato. E soltanto in questo amore è stato pronto al sacrificio della sua stessa vita per la fede in Cristo. Paolo ha dunque mostrato in maniera esemplare che non si può evangelizzare solo con le parole, ma che occorre far risuonare le parole nello spazio vitale della carità, in cui gli uomini vivono insieme il Vangelo.

Ecco il motivo più profondo per cui San Vincenzo Pallotti non soltanto si è sentito chiamato all’apostolato dell’evangelizzazione, ma ha anche fondato comunità di vita apostolica, in cui il Vangelo della carità può e deve essere vissuto nella carità. Il cinquantesimo anniversario della sua canonizzazione è dunque una lieta occasione per rendere grazie della testimonianza di fede offerta dai Pallottini e dalle Pallottine con la parola e con la vita; e questa commemorazione è un’occasione per rivolgere a Dio la nostra preghiera affinché continui ad accompagnare con la sua benedizione la Famiglia Pallottina così che di essa si possa sempre dire ciò che Dio, per il tramite del profeta Isaia, ha detto del giusto: “sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono” (Is 58,11b).

[La prima parte è stata pubblicata mercoledì 3 ottobre]

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NOTE

[1]  J. Ratzinger, Considerationes quoad fundamentum theologicum missionis Ecclesiae / Überlegungen zur theologischen Grundlage der Sendung (Mission) der Kirche, in: R. Vorderholzer / Ch. Schaller / F.-X. Heibl (Hrsg.)., Mitteilungen Institut Papst Benedikt XVI. Band 4 (Regensburg 2011) 15-22, zit. 16.