Warhol e i titoli giornalistici

Alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, sino al 9 settembre

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di Antonio D’Angiò

ROMA, sabato, 21 luglio 2012 (ZENIT.org).- Può valere la pena, prima di giungere alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna (Gnam), fermarsi un poco – non distante, attraversando Villa Borghese - presso Palazzo Boncompagni Ludovisi, dove è attualmente in corso la mostra dedicata a Palma Bucarelli, storica direttrice dello Gnam per tanti anni, ove sono in esposizione i suoi abiti e relativi accessori, i documenti, le riviste, nonché filmati. Questo a maggior ragione perchè il volto della Bucarelli lo si incontra su alcune tele lungo il cammino che porta alla zona expo2, la zona espositiva di “Warhol: headlines”, lungo quei percorsi e quelle sale che per decenni sono stati i luoghi della sua opera e promozione culturale.

Se è una mostra che può valere la pena visitare per il semplice appassionato d'arte che è solo fruitore delle titolazioni giornalistiche, lo è a maggior ragione per tutti coloro che si occupano di comunicazione, che quotidianamente si imbattono nella costruzione dei titoli dei media - sia tradizionali che modernissimi - e che attraverso queste sale possono percepire uno spaccato, certo estremizzato dalla ricerca artistica, sui legami tra realtà e titolazioni.

Nella mostra “Warhol: headlines” per la prima volta sono esposti in maniera coerente i lavori (circa 80) che l'artista realizzò traendo ispirazione da riviste, quotidiani, televisione. Sono realizzati in formati e tecniche diverse e registrano i cambiamenti delle tecnologie utilizzate dai mezzi di informazione dagli anni cinquanta sino alla fine degli anni ottanta, cioè alla sua morte avvenuta nel 1987.

Warhol, nato nel 1928 negli Stati Uniti, è stato indiscusso esponente della Pop Art americana e, anche in funzione dei suoi esordi di grafico pubblicitario, ha dedicato una particolare attenzione ai mezzi di comunicazione e al processo attraverso cui le “notizie” sono presentate elaborate e “consumate” dal pubblico.

In questo percorso, ci sembrano tre le opere sulle quali si può maggiormente puntare l'attenzione per la luce che pongono sul mondo della comunicazione.

Innanzi tutto, per noi italiani, la prima pagina in formato gigante de “Il Mattino” del 26 novembre 1980, tre giorni dopo il terremoto in Irpinia, con il famoso titolo “FATE PRESTO” ma, diremmo, leggendo gli editoriali, con tante frasi che abbiamo poi letto negli anni successivi in occasione di tragedie analoghe.

Per il 1985 l’autore sceglie la pagina interna di un quotidiano, dove spicca la sproporzione dello spazio occupato da “la lista delle merci scontate, infatti, eclissa quasi il sobrio racconto della morte di Stewart (ndr: un conoscente dell'artista) e quello dell'ex cancelliere Brandt alla protesta antinucleare” a simbolo del divario tra aspetto commerciale e comunicazionale.

Infine, una cartella del 1968, che raccoglie i flash di agenzia delle telescriventi del 22 novembre 1963 che comunicano l'assassinio del presidente Kennedy.

Nel 1968, anche Wharol divenne soggetto di notizia di prima pagina quando subì l'attentato a colpi di pistola fatto che, qualche anno dopo, gli fece dire: “Prima che mi sparassero avevo sempre pensato di essere più di là che di qua, avevo il sospetto di guardare la televisione anziché di vivere una vita”.

(…Varrebbe poi la pena ritornare alla mostra di Palma Bucarelli, stante anche la gratuità, e rileggersi la lettera inviata da Indro Montanelli alla Bucarelli, ferma e decisa nel chiedere la correzione delle bozze di una pagina biografica….sempre a proposito dei media).