di Antonio Gaspari
BRUXELLES, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- Dopo il voto negativo del popolo irlandese al Trattato di Lisbona, che fa seguito al ‘no’ olandese e francese, la politica di unificazione europea necessita di una seria riflessione.
Per capire quali sono gli argomenti che non convincono i popoli ad operare per una unificazione dell’Europa, ZENIT ha intervistato Giorgio Salina, Presidente dell’Associazione per la Fondazione Europa (AFE), e di Paneuropa Italia.
“Il Trattato di Lisbona è un testo complicatissimo, 358 articoli con frequenti richiami ad articoli di Trattati precedenti, 37 protocolli aggiuntivi, 2 Allegati, 65 dichiarazioni di Stati membri, e 2 tavole di corrispondenza”, ha spiegato Salina.
“Ha richiesto mesi di lavoro – ha precisato – per arrivare ad un testo tradotto nelle 22 lingue ufficiali dell’UE, e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea con il titolo ‘Versione consolidata del Trattato sull’UE e del Trattato sul funzionamento dell’UE'”.
Secondo il presidente dell’AFE, si tratta di “meccanismi tali da ricevere una bocciatura tutte le volte che il processo di ratifica è stato sottoposto al giudizio dei popoli. E questo non si può ignorarlo”.
Salina ha indicato almeno tre tra i dannosi meccanismi che favoriscono la bocciatura, e cioè: “Il caparbio miope rifiuto nel non voler riconoscere l’unica vera matrice unificante i popoli europei: la cultura giudaico cristiana innestatasi sulla quella greco romana. Cultura tuttora condivisa da larghi strati delle popolazioni”.
“Rifiutando questa cultura che ha consentito di far riemergere ogni volta, le ragioni dell’unità, restano gli interminabili sanguinosi conflitti”, ha sostenuto il Presidente dell’AFE.
“Il tentativo di legiferare surrettiziamente attraverso l’accumularsi delle sentenze delle Corti europee, vanificando le competenze riconosciute all’UE e quelle di spettanza dei singoli Stati, accreditando posizioni inaccettabili” è per Salina il secondo dei dannosi meccanismi che irritano i popoli.
E per finire, “La traboccante invadenza della burocrazia di Bruxelles. Sono stati i Burocrati incaricati dei negoziati dell’adesione a porre come condizione che Irlanda e Polonia modificassero le rispettive legislazioni sul controllo delle nascite, e sul diritto matrimoniale, creando guasti ancor oggi non del tutto sanati”.
“È evidente – ha sottolineato Salina –, che per tutti questi tre meccanismi ad essere particolarmente a rischio sono i criteri che si rifanno a posizioni antropologiche fondamentali: vita, famiglia, educazione, obiezione di coscienza”.
“Posizioni – ha spiegato – che hanno a che fare direttamente con quella cultura ‘fattor comune’ europeo, che si vuole discriminare”.
Per il Presidente dell’AFE il cavallo di Troia di questa strategia è un documento ambiguo, e cioè la “Carta dei diritti fondamentali”, approvata dal Parlamento Europeo il 14 novembre 2000, una inutile aggiunta alla “Dichiarazione dei diritti umani” dell’ONU firmata il 10 dicembre 1948.
A questo proposito, Salina ha spiegato che, “come ha argutamente osservato di recente l’on. Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, ogni volta che si rimette mano a documenti che trattano dei diritti umani non è per aggiungerne, bensì spesso per toglierne qualcuno”.
Circa la posizione dell’Italia, il Presidente dell’AFE ha invitato i politici italiani, cattolici e non a “dare un segnale chiaro e forte circa la volontà degli italiani di partecipare alla costruzione dell‘Europa, ma contemporaneamente un segnale altrettanto chiaro e forte circa il rifiuto degli italiani delle discriminazioni di culture condivise, di un metodo surrettizio di legiferare, e contro le indebite ingerenze della burocrazia dell’Unione”.
Salina ha ricordato che “se si procedesse con i referendum i no al Trattato di Lisbona non sarebbero solo quelli francesi, olandesi e irlandesi”; per questo motivo “l’Unione deve progredire ma tornando ad essere il luogo dove la diversità della culture, tutte le culture, è stimata un ricchezza irrinunciabile, abbandonando la pretesa di dettare i valori etici ai quali uniformarsi”.
Il Presidente dell’AFE ha concluso affermando che “subordinatamente ma non secondariamente, non occorre tutta la farraginosa impalcatura costruita che va comunque ridimensionata. Altro che i faraonici programmi di cui si sente riportando i Funzionari al rispetto degli indirizzi politici”.
















